Trump non ci fila neppure. Lo hanno capito molto bene gli europei che ad un sondaggio hanno risposto di sentire Trump come un “nemico” (CLICCA QUI).

Eppure, c’è chi ancora sembra volere ignorare una realtà  che conferma la svolta in atto negli Stati Uniti. Una linea di tendenza antica, sempre presente tra i gruppi dirigenti ed imprenditoriali americani da quando è caduto il Muro di Berlino. Con Trump è solo più esplicita ed, oggettivamente, più rozza e brutale. Sempre comunque soggetta a taluni aspetti del suo muoversi in qua e in là. In ogni caso, utile a non perdere mai di vista gli interessi concreti – quelli economici, per intenderci – degli Usa.

Chi parla di un Trump isolazionista potrebbe sbagliarsi, e di molto. E’, semmai, un interventista che la pensa come Elon Musk: l’Europa è inutile e dev’essere smantellata. Ovviamente, per rispondere alle esigenze di un’America che deve far crescere a spese degli altri le proprie risorse – in particolare delle sue multinazionali, a partire da quelle del tecnologico – per continuare ad assicurare ai propri abitanti il più alto tenore di vita al mondo e a coprire i costi richiesti da una politica di armamenti senza pari.

Così come ha la necessità di competere con quel nuovo mondo che avanza segnando un balzo del Pil, e questo è stato il caso soprattutto di Cina ed India. Che negli ultimi dieci anni hanno fatto segnare un incremento, rispettivamente, del 77 e del 74%. Un prezzo pagato soprattutto dall’Europa che non è riuscita a rimanere nella scia di quell’espansione americana cominciata con la Presidenza di Barak Obama. Cioè molto prima che Trump calcasse le scene della politica.

Al dunque, parliamo di un’Europa oggettivamente al palo e fortemente danneggiata dalla guerra d’Ucraina. Un’Europa, per lo più – come scrive Lorenzo Dellai (CLICCA QUI) – impreparata alla sfida posta dal cambio di strategia statunitense. E tra gli impreparati vi sono in particolare quelli pronti a mettersi al servizio del progetto trumpiano. In cui ha una parte non da poco la fine del conflitto in Ucraina che Trump è intenzionato a raggiungere a qualunque costo.

Oggi Zlensky è a Londra per incontrare il britannico Starmer, il Presidente francese Macron e il Cancelliere tedesco Merz. Sul tavolo la proposta Trump – Putin con la cessione del Donbas, anche delle zone non conquistate dai soldati di Mosca. E ancora una volta, il Presidente americano mostra la propria insofferenza perché il Presidente ucraino resiste. Anche se pare che a lui, e agli europei, resti solo il margine di trattativa sulle garanzie future che la Russia non ci riprovi.

Poche ore e vedremo se la soluzione arriverà. E magari sarà quella che consentirebbe a tanti nazionalisti europei di non fare i conti con tutto ciò che l’invasione russa ha significato e comportato. Ovviamente, a danno degli Ucraini e a dispetto di chi ha sempre detto di essere attesa della “vittoria”.

Abbiamo sempre pensato che la guerra agli estremi confini orientali europei poteva e doveva essere evitata. Ma anche che, nella situazione data, quel tipo di risultato che si prospetta, e per raggiungere il quale hanno continuato a lavorare russi ed americani dopo il vertice dell’agosto scorso in Alaska tra Trump e Putin, costituirebbe un’oggettiva sconfitta anche per l’Europa.

Il “vento di pace” che si sente spirare fa comodo anche al nostro interno. Perché la fine della guerra eviterebbe lo stato continuo di agitazione e di divisione che ha caratterizzato in materia i rapporti tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Dopo di che … chi avuto ha avuto e chi ha dato ha dato….

Non siamo nelle menti di chi guida la neonata E3 – Germania, Francia e Regno Unito – che hanno di fatto sostituito il punto di riferimento rappresentato dalla Commissione europea, e non solo in materia di Ucraina. Non è certo sfuggita a nessuno la continuità con cui l’Italia è finita esclusa dagli incontri dei tre “grandi” europei che viaggiano in piena sintonia con tutti gli altri paesi del Nord Europa, a partire da quelli baltici e dalla Polonia. In qualche modo, la frattura tra il baricentro settentrionale e noi è più marcata che mai.

Qualunque sia l’opinione in materia – ovviamente in attesa che molta polvere si depositi e ci faccia meglio conoscere lo sviluppo delle cose – non sarebbe male se un tema tanto definitivo per il futuro – che in realtà ne richiama molti altri – fosse affrontato apertamente dinanzi all’intero paese. Questioni troppo serie da essere lasciate solo ai teatranti e i giocolieri  della nostra politica che hanno sempre la tentazione di esibirsi in varie parti in commedia.

In specie, si dovrebbe capire come ci rapportiamo al cosiddetto E3 anche dopo una eventuale conclusione della guerra d’Ucraina. Nato per lanciare un segnale forte a Netanyahu dopo il bombardamento del Qatar, ha sempre visto l’assenza di Roma. Ma per una propria scelta, non per una cattiva volontà di Parigi, Londra e Berlino. Eppure, sancisce l’avvio di una più stretta cooperazione dei tre paesi del Nord Europa in materia di sicurezza, difesa, ma anche di confronto economico e commerciale con l’America di Trump. Il primo obiettivo è quello di sfuggire alle logiche del diritto di veto di qualcuno, con un ritorno a pieno regime nel consesso europeo del Regno Unito nelle dinamiche decisionali che contano. Con il tempo, potrebbe trasformarsi anche in una cosa non proprio “amichevole” per noi? Visti anche i tanti motivi di concorrenza che, soprattutto, Francia e Germania hanno con l’Italia in diversi settori e i condizionamenti che tutti e tre sono in grado di farci pesare. In particolare, la Germania, da cui dipende molta della nostra struttura produttiva del Nord e del Centro Italia.

Sarebbe, dunque, proprio il caso che la questione, invece di preoccuparci – a destra come a sinistra – di chi e di come partecipa ad Atrju, diventasse davvero occasione di un approfondimento serio da parte di tutti e, magari, fatto alla luce del sole.

Giancarlo Infante

 

About Author