L’ Europa è sola. Finalmente sola. Riconsegnata a sé stessa. Sembra stia uscendo solo ora, dopo ottant’anni, dal cono d’ombra proiettato su di essa dal fatto che due guerre mondiali, combattute sul suo suolo, nel breve volgere di trent’ anni, nel secolo scorso, si siano risolte grazie al decisivo intervento militare degli Stati Uniti. Due conflitti, peraltro, sostanzialmente nati come “guerre civili” europee, non dovute a controversie occasionali, non determinate da contingenze di quel particolare frangente temporale. Bensì, nate da lontano, da fratture profonde, nascoste nelle pieghe del tempo che hanno lasciato solchi profondi nella memoria storica dei popoli, timori e diffidenze, sospetti, rancori e rivalità tra gli Stati che, di fatto, hanno prodotto una costante inquietudine, una tensione mai davvero spenta e di cui ancora paghiamo pegno nei rapporti tra Paesi, pur approdati all’Unione.
Non è bastato il generoso slancio dei Padri fondatori che sognavano di distillare dalla spaventosa memoria delle guerre europee, una profezia di pace, una coscienza finalmente matura che, dall’ enorme deposito storico e culturale del vecchio continente, irradiasse un lampo di di armonia e di solidarietà tra i popoli, dentro ed oltre i propri confini.
Non è andata esattamente così perché la “durata” dei processi storici è ben più radicata e tenace di quanto possiamo stupidamente pensare sulla scorta del “nuovismo” ingenuo ed insensato che pervade il nostro tempo. Non siamo stati capaci di voltare pagina e rovesciare il corso degli eventi.
La bimillenaria storia, la straordinaria fioritura di umanesimo e di pensiero, d’ arte, di spiritualità, di conoscenza scientifica, di consapevolezza civile che l’Europa ha maturato lungo questo ampio versante temporale per un verso unisce, per altro verso divide o, almeno, alimenta una dialettica troppo ricca perché possa essere facilmente ricomposta. In fondo, non c’è da sorprendersi se gli attacchi sguaiati al suo spirito, che vengono congiuntamente condotti da Est e da Ovest, trovino in Europa teste di ponte e metastasi sia trumpiane che putiniane e, talvolta, l’una e l’altra cosa assieme.
E’ giusto rispondere sdegnati al disprezzo che da Washington e da Mosca viene riversato su di noi. Purché non ci fermiamo qui. E sappiamo passare ad altro. Memori – come si diceva sopra – di essere affidati a noi stessi, posti crudamente di fronte alla nostra nuda responsabilità, dovremmo intestarci due compiti, che poi convergono l’uno nell’altro.
Il mondo è attraversato, da cima a fondo, da una linea di demarcazione che appare sempre più netta e dà conto della responsabilità dirimente che al nostro tempo compete. Al di là del ribollire in superficie di mille questioni, il punto sostanziale del nostro momento storico è dato da una sorta di mutazione ontologica del potere. E, dunque, da una discriminante tra chi persegue una involuzione autocratica, sostenuta da una coartazione tecnologica della politica e chi difende la democrazia come la conosciamo nei nostri paesi.
In altri termini, abbiamo bisogno di un’Europa che accetti il faticoso compito di rappresentare il baluardo – forse l’ultimo? – della democrazia liberale. E, nel contempo, si ponga alla guida di un nuovo sistema di relazioni internazionali multilaterali, contro la tripartizione del mondo in aree soggette alla potenza di nuovi o vecchi imperialismi. Ma è ancora possibile, siamo ancora in tempo per rovesciare la memoria di guerra in profezia di pace?
Domenico Galbiati