La sostenibilità dei sistemi produttivi e distributivi delle nazioni che registrano un rilevante declino demografico dipende dalla crescita del tasso di occupazione, dal contributo offerto dagli immigrati e dalla crescita della produttività del capitale investito e del lavoro. La crescita ulteriore del tasso di occupazione delle persone in età di lavoro sconta la difficoltà di inserire, o di mantenere, nel mercato del lavoro le fasce più deboli dell’offerta di lavoro. Il contributo degli immigrati per aumentare l’offerta di lavoro rimane significativo. Ma, come abbiamo evidenziato in un recente articolo, è destinato a decrescere per l’evoluzione delle dinamiche geopolitiche e per le problematiche di inclusione economica (bassa qualificazione), culturale e di consenso sociale.
La prima tende a galvanizzare il potenziale sostitutivo per la maggior parte delle professioni esistenti, con l’inevitabile fabbisogno di ripensare gli attuali modelli produttivi e distributivi fondati sulla crescita dell’occupazione e dei salari e dei relativi prelievi fiscali che finanziano le prestazioni pubbliche.
L’altra linea di pensiero rimarca l’importanza delle risorse umane per trasferire e utilizzare le tecnologie nelle future organizzazioni del lavoro, la centralità assunta dai beni relazionali per favorire l’accesso ai nuovi prodotti e servizi, che, nell’insieme, possono generare un fabbisogno di nuovi profili professionali e di occupazione aggiuntiva. In molti comparti economici labour intensive, che registrano una elevata difficoltà nel reperire lavoratori disponibili (sanità, lavoro di cura, costruzioni, manutenzioni e conservazione del patrimonio abitativo e del territorio, logistica, turismo, ristorazione, pulizie, raccolte agricole), le tecnologie possono offrire una risposta alternativa alla perdita di attrattività di questi posti di lavoro.
Molti economisti mettono in evidenza lo scollamento esistente tra le aspettative di crescita della produttività, che alimentano la crescita delle quotazioni in borsa delle grandi multinazionali big tech, e la capacità effettiva del sistema produttivo di metterle in pratica: per l’assenza di un adeguato sistema imprenditoriale e manageriale in grado di ridisegnare le organizzazioni del lavoro e di adeguate competenze dei lavoratori e dei cittadini utenti, in grado di gestire e utilizzare i nuovi prodotti e servizi.
Natale Forlani
Pubblicato su www.ilsussidiario.net

Questi spunti di riflessione ci consentono di focalizzare anche il posizionamento italiano sul tema della crescita della produttività. Le indagini OCSE sulla materia ci collocano sistematicamente nella coda dei Paesi sviluppati nel corso degli anni 2000, con riflessi negativi sulla stagnazione dei salari reali dei lavoratori.
La crescita dei redditi familiari, da alcuni anni a questa parte, rimane essenzialmente ancorata a quella, positiva, del numero degli occupati. Tutto ciò non basterà nei prossimi anni per rigenerare una parte rilevante dell’attuale popolazione attiva, per il prevedibile pensionamento delle generazioni nate negli anni del baby boom. I bassi tassi di crescita della produttività e quelli negativi dei salari rappresentano il risultato finale tra il concorso positivo offerto dal sistema manifatturiero, dalle medie e grandi aziende che esportano (ivi comprese le multinazionali presenti nel nostro territorio), dai comparti dei servizi bancari e delle telecomunicazioni e quello negativo dell’insieme dei variegati comparti caratterizzati da piccole e microimprese, che coincide con la progressiva riduzione del tasso di investimenti in capitale. I saldi negativi si concentrano prevalentemente nei territori meno sviluppati, privi di infrastrutture e di servizi adeguati.
Gli squilibri interni sono la conseguenza di una serie di colli di bottiglia che impediscono di utilizzare il potenziale delle innovazioni tecnologiche. Le piccole e microimprese, soprattutto nei comparti dei servizi, non hanno fatturati ed economie di scala per esprimere una domanda significativa di investimenti tecnologici e di competenze qualificate. Il nostro sistema formativo genera un tasso di laureati, diplomati e lavoratori formati con apprendistati, tirocini e formazione promossa dalle imprese inferiore a quello degli altri Paesi sviluppati.
Paradossalmente, una quota non marginale dei nostri giovani formati emigra verso altri Paesi che offrono migliori opportunità di lavoro. Alla formazione di questi colli di bottiglia hanno concorso anche le politiche pubbliche. Scontiamo almeno dieci anni di ritardo rispetto agli altri Paesi europei nella dotazione di reti informatiche adeguate e di grandi servizi pubblici interattivi (fisco, demanio, sanità, mobilità, formazione…) che, negli altri Paesi, hanno favorito la propensione a utilizzare le tecnologie digitali anche nelle imprese private e la crescita delle competenze digitali dei cittadini.
L’insieme delle politiche di sostegno ai bassi redditi delle imprese e delle famiglie (flat tax, redditi forfettari, condoni, sgravi contributivi, accesso a servizi e prestazioni per famiglie alle soglie ISEE), che hanno mobilitato una massa ingente di risorse pubbliche a carico dei contribuenti attivi, hanno concorso in modo rilevante a scoraggiare la crescita dei redditi, perché penalizzanti sul versante degli oneri fiscali e dell’accesso alle prestazioni pubbliche. La crescita dei salari orientata da quella della produttività viene tuttora osteggiata da una parte significativa delle rappresentanze delle imprese e dei lavoratori.
Se queste analisi hanno un fondamento, consentono di comprendere anche le iniziative che devono essere intraprese per ridurre i colli di bottiglia che impediscono l’utilizzo efficiente delle risorse disponibili.
L’impiego ottimale delle tecnologie AI rimane condizionato dalla creazione di ecosistemi favorevoli che orientino in modo coerente i comportamenti e le scelte degli attori istituzionali, economici, sociali e dei cittadini. Le risorse del PNRR hanno consentito di costruire un’importante infrastruttura digitale per gestire servizi e informazioni interoperabili, ma, per renderla operativa e per consentire, ad esempio, la domiciliarizzazione di molte prestazioni che possono rivoluzionare l’attuale modello delle prestazioni di cura, diventa necessario rivedere le normative, i protocolli per le prestazioni, le procedure per la gestione del personale nell’organizzazione dei servizi pubblici e le agevolazioni fiscali che rendono sostenibile la spesa per le prestazioni di cura. Queste sono il frutto di una produzione storica generata da decenni di decentramento istituzionale privi di coordinamento efficace e della difesa irragionevole di interessi corporativi.
Le politiche fiscali devono essere orientate all’obiettivo della crescita degli investimenti e dei redditi da lavoro. L’adeguamento delle competenze dei lavoratori e dei cittadini, con modalità e misure coerenti con le caratteristiche delle persone, della domanda di lavoro e dell’accesso ai servizi, deve essere assunto come parte integrante dei progetti di innovazione promossi dagli operatori pubblici e privati. L’auspicata riforma della contrattazione deve essere orientata dall’obiettivo della crescita dei salari collegata a quella della produttività e della redditività delle imprese.
Allo stato attuale, il gap esistente tra la velocità dell’impatto delle innovazioni tecnologiche, promosse per finalità commerciali, e l’adeguamento dei comportamenti degli attori pubblici, privati e sociali, che le devono valorizzare per l’interesse collettivo (opportunità di accesso ai benefici e sostenibilità dei costi sociali), tende ad aumentare in modo preoccupante. In parallelo, aumentano anche i livelli di disagio e di insicurezza dei cittadini, che possono comportare conseguenze drammatiche per il nostro sistema democratico. La nostra classe dirigente fatica ad assumere l’esigenza di convergere verso idee condivise e costruttive dell’interesse nazionale. Questa criticità meriterebbe un’attenzione che trascende l’esigenza di costruire alleanze politiche per l’obiettivo di governare il nostro Paese.