Ieri, abbiamo detto la nostra sull’annuncio di un accordo di legislatura tra 5 Stelle e Pd ( CLICCA QUI ).

Oggi proviamo a riflettere su quello che dovrebbero fare, a partire dai cattolici popolari, quelle forze culturali, sociali e politiche convinte di dover superare la stagione del bipolarismo e dare vita a ciò che per comodità lessicale viene definito “centro”. In realtà, esso significa ritrovare la centralità dei contenuti di una politica di ripresa della nostra Italia e costituire un “baricentro” in grado di assicurare la stabilità necessaria ad avviare una nuova, e possibilmente, più consistente e originale stagione di rilancio del Parlamento e dell’azione di governo.

Partiamo dalla constatazione che il periodo dei due fronti contrapposti ha segnato il nostro arretramento in tutte le classifiche mondiali che contano e ha enormemente impoverito la qualità della classe politica, oltre che porre delle serie questioni per ciò che riguarda l’assetto istituzionale e la collocazione internazionale del Paese.

Pensiamo in che guai ci saremmo potuti cacciare se lo scorso anno si fosse andati alle elezioni anticipate e consegnati nelle mani del centrodestra a guida salviniana, dalla forte impronta antieuropeista e completamente sbilanciato a favore di Vladimir Putin. Sarebbe stato un disastro e persino l’emergenza Covid-19 ce la saremmo dovuta gestire in assoluta solitudine e povertà.

C’è il rischio che l’alleanza diventata adesso più organica tra 5 Stelle e Pd riproponga una sorta di scontro bipolare. Certo, non ideologico, ma sicuramente di potere, come tutto sembra indicare. In ogni caso, destinato a congiurare per la radicalizzazione della battaglia politica. Una cosa che fa comodo soprattutto ai giornali, al Pd e a Salvini. Ancora una volta uno scontro bipolarizzato, finirebbe per non rappresentare, però, tutta la realtà delle cose che contano dentro e fuori le istituzioni.

Registriamo che, in questo quadro, non marcia spedita la definizione di una nuova legge elettorale d’impronta proporzionale. L’unica in grado di tenere conto della multipluralità delle opzioni politiche, delle voci e degli interessi presenti nel Paese e, forse, di far parzialmente assorbire la tumefazione democratica rappresentata dall’astensionismo. Ci sono i problemi posti dai cosiddetti “cespugli”, tra cui quello di Matteo Renzi. Egli non è riuscito a sfondare. E’ sostanzialmente ridotto a dei presidi in Parlamento, in Toscana e in altre poche regioni dove è in grado d’issare un vessillo seguito da ridotte truppe. Dovrà scegliere tra il ritorno sotto l’ala protettiva del Pd o sul puntare con più decisione su un sistema diverso di voto. Lo stesso vale per Carlo Calenda, dalla grande forza comunicativa, ma non certamente in grado di raccogliere un ampio voto popolare.

Che a una nuova legge elettorale si finirà per arrivare credo sia certo, perché l’intesa 5 Stelle Pd non porterà ad un qualcosa di organico paragonabile al fronte del centrodestra e, al momento del dunque, i seguaci di Grillo e il Pd riprenderanno a percorrere strade disgiunte.

Non siamo più di fronte a ciò che abbiamo vissuto nel corso della contrapposizione Berlusconi Prodi che ha dominato le dinamiche della politica italiana per un quindicennio perché, nel frattempo, è cambiata la nostra società.

Il pluralismo sociale finisce per contaminare ed influire su quello politico, come c’insegna la storia di tutti i paesi democratici. Se ciò non avviene nascono l’astensionismo e atteggiamenti diffusi di qualunquismo.

Assieme alla fuga dalle urne, negli ultimi anni abbiamo dovuto registrare l’emersione di due forze politiche connotate da un carattere di “alternatività” al sistema politico, cosa che sarebbe un errore dimenticare. La Lega resta tale e non ha certo sopito le sue pulsioni separatiste. Si trova oggi solo in difficoltà perché il processo europeo sembra rendere più difficile la vittoria degli antieuro e delle spinte autonomiste. Nel nord Italia, se non altro, non ricevono più quell’incoraggiamento proveniente da interessi del settentrione europeo che hanno, semmai, il problema di portare un’intera Europa nel pieno della sfida economica, sempre più globale, con Stati Uniti e Cina.

Anche noi abbiamo raccolto tanti piccoli e grandi segnali che, però, messi assieme fanno una strategia, come nel caso di ciò che avviene nel Golfo ( CLICCA QUI ) e nel Mediterraneo ( CLICCA QUI ), ma anche nel cuore dell’Europa ( CLICCA QUI). L’internazionalizzazione dei problemi costringe più di quel che si pensi ad orientare anche la politica dei singoli paesi.

Vediamo che tanti amici ed amiche, anche del nostro mondo, invece, continuano a ragionare in una logica riduttivamente domestica. Come se oggi fosse sufficiente realizzare degli accordi tra le forze politiche attuali e ritrovarsi, così, con la disponibilità di una bacchetta magica in grado di risolvere l’enorme numero di cose, anche serie, che devono essere affrontate per farci uscire da una profonda crisi interna e dall’emarginazione dallo scenario internazionale.

In realtà, il processo di convergenza costruttiva per avviare una vera e propria trasformazione, quello che si può chiamare uno “spirito di coalizione”, deve partire dalle fondamenta sociali su cui si basa, o dovrebbe basarsi, il sistema politico e istituzionale. Mai questo Paese riuscirà a risollevarsi se si continuerà a ragionare considerando la sola dimensione partitica dei problemi. Questo modo di seguire le cose non solo si è rivelato inefficace, ma, anzi, ha aggravato la dicotomia tra politica e società civile, mondo del lavoro e dell’impresa.

I politici d’estrazione cattolica, dentro e fuori il Parlamento, fanno un ragionamento specularmente simile, ma giungendo a conclusioni opposte, a seconda che si trovino schierati nel centrodestra o nel centrosinistra.

I primi, è il recentissimo caso della comunque apprezzabile Paola Binetti, ragionano sulla costruzione di un’unità del centrodestra tutto da giocarsi con la creazione di “un asse più orientato al centro”, come ieri da lei dichiarato all’Agenzia Dire. I contenuti, secondo la parlamentare Udc eletta in Forza Italia, sono quelli di “una visione politica che abbia almeno queste tre dimensioni: liberale in economia, socialmente competente nell’arte del buon governo, laicamente cattolica nei valori che propone”.

Belle intenzioni che, però, possiamo dire non corrispondere a ciò cui il centrodestra ci ha fatto assistere finora. Un centrodestra rimasto diviso fino a quando Salvini non ha completato il suo giro di valzer con Di Maio, come in precedenza Silvio Berlusconi aveva del resto fatto sostenendo i governi Monti e Letta.

La Binetti si fa forte dell’appello lanciato ai compagni di schieramento da Silvio Berlusconi subito dopo l’arrivo dell’annuncio dell’intesa 5 Stelle Pd. Un qualcosa che, però, resta generico invito a rinserrare le fila, non certamente in grado di ottenere un pieno ripensamento della strategia della destra marginalizzata in Europa e ridotta ad una mera battaglia d’opposizione pregiudiziale in Italia. Eppure, al capo di ciò che resta di Forza Italia non sfuggono le dinamiche della geopolitica internazionale, soprattutto per ciò che ci riguarda al di sopra delle Alpi e nel Mediterraneo.

La verità è che Silvio Berlusconi, e con lui tutto il mondo più moderato e ragionevole, che pure c’è nel centrodestra, non ha il coraggio di rompere con la destra più estrema ed accettare il duro, ma necessario peso che comporterebbe restare, almeno per un po’, distintamente in solitudine nell’agitare una diversa bandiera rispetto a quelle sventolate da Matteo Salvini e da Giorgia Meloni.

Pur rendendosi conto che, più che mai, ci sarebbe bisogno di una posizione davvero liberale, ragionevole e costruttiva, soprattutto nei confronti di Bruxelles, Berlusconi non ce la fa a concretizzare una “discesa in campo” paragonabile a quella di tre decenni or sono e, così facendo, preferisce continuare ad accodarsi dietro i suoi due ben più forti comprimari, come accadrà alle prossime elezioni regionali.

Sul fronte del centrosinistra, anche qui non mancano i cattolici e posizioni più equilibrate, il ragionamento è sostanzialmente lo stesso. Si accetta di restare in una logica del passato invece di farsi attori di un’azione propulsiva diretta verso un autentico rinnovamento.

Si finge di credere che il Governo Conte sia in grado di avviare un processo di trasformazione ignorando che gli interessi reali presenti nel Paese restano ancora frammentati e, quindi, tentati ciascuno di seguire la logica della propria salvaguardia parziale. Non si lavora alla realizzazione di un quadro che consenta l’avvio di un Piano sistematico e di lunga scadenza perché, anche in questo caso, urgerebbero scelte radicali.

In ogni caso, questi nostri amici collocati a sinistra, anch’essi mossi in politica da un’ispirazione cristiana, si accontentano di restare all’interno della logica del Pd, quasi solamente sostanziata dalla contrapposizione a Matteo Salvini, come a suo tempo fecero con quella a Berlusconi. Non scommettono sull’autonomia nonostante sia stato largamente appurata l’impossibilità di trovare in una larga parte del Pd e della sinistra, come proprio oggi ricorda Domenico Galbiati ( CLICCA QUI ), una coincidente sensibilità verso i problemi della Vita e delle relazioni umane.

Noi, invece, questa scelta per l’autonomia e per un’originale proposta programmatica di trasformazione, l’abbiamo fatta con il nostro Manifesto ( CLICCA QUI ) perché pensiamo di dover lavorare lungo un’altra prospettiva superando le logiche di schieramento. Non perché qualcuno non ci abbia voluto escludere dalle liste elettorali delle prossime ragionali, come appena accaduto ad altri amici, ma perché siamo convinti che sia necessario, a partire dagli astenuti, richiamare tutti gli italiani ad un’assunzione di responsabilità, singola e collettiva, per elaborare una nuova progettualità in grado di avviare un’evoluzione anche del sistema politico e legislativo, oggi squalificato.

Giancarlo Infante