Per anni ed anni mi è capitato di seguire, per motivi professionali, tanti vertici europei. E una stampa svogliata finiva sempre per parlare di un “Asse” che, puntualmente, era annunciato, in un modo o in un altro, da ciascuno dei paesi a seconda del proprio punto di vista. A iosa ci sono stati l’asse Germania Francia – ma con i francesi che rovesciavano l’accoppiata – ed anche quelli nostrani con la Germania e, poi, con la Francia. Senza farci mancare quello con il Regno Unito.

Insomma, una vera e propria malattia infantile dell’europeismo con le inevitabili semplificazioni, ad usum delphini e del gran circo della comunicazione. Una delle tante cose che irritava vistosamente Guido Carli così come le solite domande fatte dai nostri giornalisti in occasione dei vertici finanziari sulla “centralità”, o meno, da parte dell’Italia.

Le questioni europee sono invece più complesse. E molte devono essere  inevitabilmente concepite a geometria variabile. Perché questi assi si formano continuamente a seconda dei temi e degli interessi nazionali. Distinti, ma anche connessi in un unicum che richiede vari livelli di equilibrio e di compromessi.

Neppure Giorgia Meloni è sfuggita alla tentazione d’infilarsi in un asse. Giungendo a parlare addirittura di un “motore” formato dalla locomotiva tedesca e dalla vaporiera italiana. Lo ha sostenuto gettando, però, dell’acqua sul fuoco dopo le tante cose scritte sull'”Asse”  delineato con Berlino. Per attutire i dissapori con la Francia che, da parte sua, ha messo sul tavolo la questione del Debito pubblico che a noi serve né più né meno come a Parigi. E se gli altri 26 un giorno dovessero decidere di presentarci il conto non ci sarà alcun asse a salvarci.

In ogni caso, non sfugge cosa a livello mediatico possa evocare l’uso di un tale termine quando si parla “Asse” tra Berlino e di Roma.

Non sappiamo se in cuor suo Giorgia Meloni sia consapevole dei rischi legati ad un abbraccio tanto forte e del quale, in ogni caso, bisognerà dividere il grano dal loglio, la propaganda dalle conseguenze concrete. Noi già siamo legati fortemente alla Germania per le cui imprese la nostra struttura produttiva costituisce un importantissimo indotto e fattore di reciproca dipendenza. Ma anche con la Francia i rapporti sono forti all’insegna di una importante interconnessione come del resto dimostra l’Accordo del Quirinale solennemente sottoscritto il 26 novembre del 2021 (CLICCA QUI). Poi, seguito da un importante trattato commerciale tra Italia e Germania dell’ottobre del 2025 che costituisce uno dei più importanti accordi mai sottoscritto tra i due paesi.

Dove sta dunque la novità dell’Asse italo tedesco? A meno che non la si voglia ricercare in altro. Inerente più alla politica – soprattutto quella interna di entrambi i paesi – e alle modalità con cui si vuole intendere il futuro cammino europeo. Un cammino che, certamente, ha subito dopo la guerra d’Ucraina e il confronto con Donald Trump grandi scossoni i cui sbocchi restano al momento imperscrutabili. Perché due sono le linee principali di tendenza. La prima è quella che punta ad una modifica dei Trattati in modo che si allarghino le aree in cui un’Europa sempre più federata trovi nuova linfa vitale. Dall’altra, esiste la spinta – in qualche modo influenzata anche dalle pressioni americane – a pensare ad un’Europa che dipenda, invece, sempre più dalle decisioni dei singoli governi. L’Europa delle nazioni, invece che quella dei popoli. E sulla prima gli interessi statunitensi possono fare breccia in maniera più consistente.

La Germania è  quella che maggiormente intende sfruttare, per i propri interessi, il richiamo di questa seconda linea. Oltre a liberarsi dei tanti lacci e lacciuoli che l’hanno condizionata dopo la sconfitta della Seconda guerra mondiale, in particolare sul piano del riarmo.  Si ritrova così come compagni di strada quelli che, in realtà, non hanno mai voluto l’Europa e, poi, sono stati costretti a conviverci e a riceverne i vantaggi una volta finiti, loro!, al governo dei propri paesi. L’Italia è un caso di scuola in questo senso come ha dimostrato la gestione del Pnrr, l’accettazione da parte di Giorgia Meloni e di Giancarlo Giorgetti del Patto di stabilità la cui conseguenza più diretta è stata la finanziaria “povera” di quest’anno ed il rispetto dei limiti di Bilancio. L’unico vero successo di questo Governo con tutte le conseguenze sociali che, però, si è portato dietro.

Del Debito comune abbiamo già detto. Appare altrettanto evidente come siano ineludibili la questione dell’armonizzazione fiscale tra i 27. Così come il tema della Difesa comune destinata ad imporsi – se non si vorranno buttare via soldi a danno di sanità, scuola ed alla risposta alla sempre più diffusa povertà ed al disagio di ampie fasce del ceto medio – all’interno di una logica di integrazione, unica in grado di superare l’ordine sparso con cui hanno proceduto finora i singoli paesi. Tutte cose che fanno riflettere sul significato di qualunque Asse e il valore da dagli, oltre che ciò rappresenta sul piano della comunicazione e della propaganda.

Siamo, in realtà,  in un mondo sempre più multipolare. Cosa che spiega la reazione trumpiana, cioè  una forma di difesa di vecchi equilibri economici e di peso nelle relazioni internazionali. Il quesito cruciale, allora, è quello su quale sia il modo migliore per sancire e mettere in campo una “sovranità europea”. La quale non si costruisce in un giorno né in pochi mesi e, neppure, ci si deve attendere che vi si proceda senza passi indietro, limiti e contraddizioni. Ma non è seguendo la teoria della creazione degli Assi ad ogni piè sospinto che si fa molta strada. Anche perché non è più possibile – né opportuno – ritenere che esistano le condizioni per cui due paesi da soli possano davvero fare la locomotiva degli altri. Soprattutto, se gli aspiranti capi treno non hanno lo stesso peso e la stessa capacità decisionale.

Sono del resto le cose ad imporre una logica diversa. Come dimostra la grande discussione svoltasi in maniera informale in un castello belga dove i leader europei hanno appena affrontato una questione che li accomuna tutti: quella della competitività dell’industria europea in settori strategici come sono le tecnologie pulite, la chimica, l’acciaio, l’automotive e la difesa. E il Premier belga, Bart De Wever, prima dell’incontro ha messo il dito nella piaga ricordando come  il suo paese, la Francia, Germania e Paesi Bassi – ma vale anche per l’Italia – stiano affrontando ‘una crisi esistenziale’ con chiusure delle fabbriche e calo degli investimenti a causa degli elevati costi dell’energia, delle normative e del ‘dumping cinese’ su “beni ingiustamente sovvenzionati che inondano i mercati europei”. La sua conclusione: “Sappiamo tutti che dobbiamo cambiare rotta. Eppure, a volte ci sembra di essere ancora sul ponte della nave, a fissare l’orizzonte, senza toccare il timone”. Un grande tema che a noi italiani dovrebbe interessare tanto visto che, su 36, per ben 34 mesi la nostra produzione industriale è andata calando.

Un quadro complesso che cozza con le semplificazioni. E, forse, la strada migliore è quella di coltivare buoni rapporti un po’ con tutti e non dimenticarci come il nostro Paese sia sempre andato avanti facendo la politica dei “due forni”. Gli Asse è meglio lasciarli scritti in una brutta pagina della storia europea del secolo scorso.

Giancarlo Infante

 

 

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