L’articolo “Da diversi a categoria protetta” cortesemente ospitato sulle colonne di questo giornale il 19 maggio scorso (CLICCA QUI ), dedicato alle aporie ed alle mistificazioni insite nella proposta di legge Zan, ha ricevuto molti commenti, uno mi ha colpito per la sua spontanea sincerità perché investe due snodi cruciali del rapporto giovani-politica:

  • come fare arrivare un messaggio così importante, dopo la gigantesca opera di distrazione (nel senso pascaliano del termine) dalla ricerca del bene politico, operata a danno delle giovani generazioni,
  • chi è oggi ad avere “credibilità” politica, se i poteri dominanti ci insegnano a non fidarci dei partiti e della classe politica.

Per rispondere correttamente, vorrei partire da una citazione di Franco Basaglia che fu uno dei punti di riferimento intellettuale e con il quale ebbi una certa consuetudine negli anni giovanili.

Ebbene l’illustre psichiatra ricorreva spesso all’espressione “maggioranza deviante” che fu anche la titolazione di un importante saggio scritto con la moglie Franca Ongaro, nel 1971: svolgendo un’analisi straordinariamente attuale del concetto di “ideologia della diversità”, Basaglia osservava che la rottura delle istituzioni totali avrebbe solo parzialmente attenuato i condizionamenti imposti da società completamente dominata dalla sola dimensione produttiva.

La società è dei giovani perché solo i giovani sono in grado di cambiarla: le generazioni adulte, soprattutto in Occidente e soprattutto dopo la “grande cesura” segnata dal Sessantotto, non sono state capaci di realizzare né i propri sogni ideologici né i grandi orizzonti politici: alla fine ha vinto la selezione della sopravvivenza, la chiusa nel privato individualistico o la collaborazione – più o meno attiva – con poteri sempre più lontani dal popolo ed oligarchici.

Non è un caso che l’immaginario collettivo delle società occidentali sia oggi occupato da miti “minori” non più da viri illustri, arrivati alla gloria attraverso un cursus honorum, ma presi dalla strada, immediati e copiabili, alla portata di tutti.

Nel nuovo immaginario, la parola scritta è sostituita dall’icona, dall’immagine in pixel, il logos, la riflessione, ciò che costituito il “canone occidentale”, viene stigmatizzato, ridicolizzato come “coloniale” ed “eurocentrico”.

La progressiva affermazione di una comunicazione immediata ed istintuale, il trionfo dell’emotività teorizzato da tanti guru dell’informazione, abilmente gestite da strutture mediatiche complesse e geniali, costituiscono altrettante inedite metodologie di controllo e di condizionamento delle nuove società di massa.

Il prezzo da pagare è altissimo: attraverso tutta una serie di ritualità già colte da Erving Goffmann, nelle società d’Occidente la persona rischia di essere ridotta ad individuo anonimo ed irrelato, per il quale tutto, a partire dall’intimità, è mercificato e mercificabile poiché si è esasperato il bisogno del tutto subito, a qualunque condizione.

È questo lo scenario di strumentalizzazione contro il quale i giovani più consapevoli devono impegnarsi.

L’esempio più chiaro è stata la straordinaria mobilitazione contro la crisi pandemica: la solidarietà è nata nell’emergenza, come reazione ai nuovi disagi ed alle nuove povertà, dando vita ad un capitale sociale che oggi rischia di essere disperso se non saremo in grado di farne tesoro, proprio coinvolgendo i nostri giovani.

Spetta ai giovani portare avanti una lotta che nella sostanza ideologica poi coincide con la grande rivoluzione iniziata 2000 anni fa sovvertendo il più raffinato dei governi di potere dell’antichità, conquistandolo, che fu quello romano divenuto cristiano, basato sulla distruzione del concetto di diverso, trasformato, nel destinatario dell’amore cristiano.

Amore non vuol dire solo appagamento sessuale e possesso, ma rispetto e accettazione dell’altro, del suo ambiente di vita e delle sue regole: spesso dimentichiamo l’etimologia della parola “amore” che riprende la radice am, testimone, cioè affermare e riconoscere.

Per dare ai giovani questa visione, è necessaria una formazione che respinga l’”ideologia della diversità”, che oggi s’incarna in modelli educativi tecnocratici, basate su principi falsamente culturali: il cosiddetto linguaggio tecnico non è diverso dal concetto di politicamente corretto, ma esprime forme di razzismo culturale.

Oggi siamo nella maggiore forma di classismo formativo, auspicato dall’individualismo che una cultura d’impostazione americana sta imperando. Cercare di superare questo momento per riproporre un accesso alla cultura e alla preparazione non solo al lavoro ma alla vita, sono il nuovo orizzonte per le future generazioni.

Occorre quindi partire da una vera formazione che già ideologicamente sia lontana da schemi di separazione: in risposta alla dimensione culturale di tipo cattolico questa formazione deve essere non bigotta, nel senso più ampio, ma autenticamente laica – così come sta cercando di fare il magistero di papa Francesco a livello pastorale – sorretta da una forte ispirazione umanitaria che sviluppi tutte potenzialità di libertà che il cristianesimo contiene.

Ivo Foschini