Il giorno prima del 4 Luglio 2026 – ricorrenza del 250º anniversario della fondazione degli Stati Uniti, che ha un po’ distratto l’attenzione internazionale dagli eventi che si sono prodotti nel resto del mondo – si è concluso a New Delhi il 16esimo India-Japan Annual Summit. E si è concluso con la firma non solo con un accordo di investimenti giapponesi in India, per un totale di 12,5 miliardi di dollari americani, ma anche con 120 intese di cooperazione in molti settori avanzati, in primo luogo quello dell’elettronica. E è nato così anche un cosiddetto ”corridoio dei semiconduttori”,
Gli Indiani hanno dato alla strategia di politica industriale in cui rientra la cooperazione con Tokyo un nome significativo: ”Cina più 1”. Un nome che richiama immediatamente quello degli “assi” di collaborazione internazionale tra Cina e altri paesi asiatici, oltre alle famosissime “vie della seta”. E che la fa apparire questa importante visita in India del Primo Ministro giapponese, Sanae Takaichi – una donna, per la prima volta nella storia del Giappone moderno – come un chiaro tentativo di imitare la strategia di crescita internazionale del Cina non solo in campo industriale, ma anche in campo geopolitico. Ovviamente, contrapponendo come rivali Tokyo e Delhi a Pechino
Non si tratta ancora di un mutamento tettonico negli equilibri geopolitici e industriali dell’Indo-Pacifico. Ma il quadro— la creazione di un “corridoio dei semiconduttori” nel quadro di una complessa triangolazione tra Giappone, India e, la Cina — basta a far intuire il tentativo di dar vita ad una manovra strategica, che – se si prova ad approfondire la riflessione – potrebbe essere considerata uno degli eventi delle più significativi degli ultimi anni in Estremo Oriente.
La Strategia indiana del “China Plus One”
La strategia “China Plus One” non è più solo una scelta di diversificazione delle catene di approvvigionamento per ridurre la dipendenza dell’India dal mercato cinese; fattore emerso chiaramente durante la pandemia, e successivamente messo in luce da ripetute tensioni commerciali USA-Cina. Ma che nelle conversazioni tra il Presidente indiano Modi ed la PM nipponica Sanae Takaichiha a tratti assunto toni ed argomentazioni da vera e propria politica di potenza.
In primo luogo relativamente ad un possibile nuovo ruolo di Tokyo. Il Giappone, che storicamente ha avuto un rapporto militare, politico, ma anche industriale complesso con la Cina, sta spostando capitali e know-how tecnologico (specialmente nei semiconduttori e nei materiali avanzati) verso l’India. Che può offrirle proprio quello in Cina inizia a mancare o è diventato troppo costoso: una forza lavoro giovane, vastissima e in crescita quantitativa, unita a un mercato interno in piena espansione.
Un ruolo di Tokyo ispirato dunque ad un’imitazione del modello cinese. L’India non sta solo accettando investimenti; sta cercando di replicare il modello di “sviluppo trainato dalle esportazioni e dagli investimenti esteri” che ha reso la Cina la “fabbrica del mondo”. Non si sbagliano quegli osservatori che vi vedano una somiglianza con le “Vie della Seta”. La loro analisi è corretta: l’India, rivolgendosi all’eterno nemico della Cina, sta cercando di costruire una rete di influenza infrastrutturale e industriale che la dovrebbe, nelle loro aspirazioni, porla al centro di un nuovo asse asiatico.
Il “Corridoio dei Semiconduttori” come arma geopolitica
Il settore dei semiconduttori è stato assai rozzamente definito come “il petrolio del XXI secolo”. Ma è una definizione che contiene un elemento di verità. Chi in questo campo controlla la catena del valore (dal design alla produzione, fino al packaging avanzato) detiene il potere di influenzare l’economia globale.
Per entrambe le parti, si tratta soprattutto di un elemento di autonomia strategica: per il Giappone, legarsi all’India significa blindare una parte della propria sicurezza nazionale lontano dalle pressioni dirette di Pechino. E la firma dei 120 accordi non è solo business; è un segnale politico. E’ in nuce una sfida all’egemonia cinese. Indica come l’India si proponga quale alternativa credibile alla Cina per le aziende multinazionali che vogliono produrre in Asia senza essere totalmente subordinate alle dinamiche politiche di Pechino.
Il capitale umano: un asset strategico
E c’è poi una sfumatura ulteriore: nel porsi come “rivale” l’India si impegna in una partita su più tavoli. Mentre cerca di emulare il successo cinese, l’India dovrà ancora lungo bilanciare la propria ambizione di “superpotenza emergente” con la necessità di mantenere relazioni commerciali stabili con la Cina stessa, che rimane un partner economico per il momento inevitabile. La strategia “China Plus One” diventa quindi uno strumento di negoziazione: più l’India si integra tecnologicamente con Giappone e con l’Occidente, più aumenta il suo peso specifico nei confronti di Pechino.
In sintesi, il 2026, anno del 250º anniversario degli Stati Uniti, potrebbe essere connotato da passaggio di un testimone geopolitico nel cuore dell’Asia. L’India non sta solo imitando la Cina, ma cerca di diventare il nuovo hub tecnologico asiatico approfittando dei limiti quantitativi nelle risorse umane della Cina.
Limiti che peraltro non sono solo quantitativi. Se infatti si guarda alla forza lavoro proveniente dai paesi asiatici attratta dai settori attualmente più avanzati dell’Occidente, è evidente la prevalenza di soggetti provenienti dall’ambito culturale indiano quasi alla pari con quelli provenienti dall’ambito culturale cinese. Fenomeno che non può sorprendere, se si pensa che l’India ha tradizioni di cultura astronomica e e matematica molto antiche.
La competizione tra India e Cina non si gioca insomma solo sulle fabbriche o sui porti, ma su una “guerra globale dei talenti“ in cui la preparazione accademica e scientifica gioca un ruolo determinante. E il fatto che l’India stia colmando il divario con la Cina in questo settore non è un caso, ma il frutto di una precisa traiettoria storica e culturale.
La base culturale: un’eredità astronomica e matematica
L’India possiede una tradizione intellettuale millenaria che ha gettato le basi per la scienza moderna: in particolare nel campo della Matematica. Dai numeri decimali (diffusi poi in Europa, con la fondamentale aggiunta dello “zero”, da parte degli Arabi), alla scuola matematica nel Keralatra il XIV e il XVI secolo (che anticipò alcuni concetti del calcolo infinitesimale), il pensiero indiano è intrinsecamente orientato all’astrazione e alla logica computazionale. E quasi altrettanto importante é stato il contributo indiano all’astronomia: L’osservazione del cielo in India non era solo legata alla navigazione o all’agricoltura, ma a una complessa sistematizzazione del tempo e dello spazio che ha richiesto, per secoli, una precisione di calcolo formidabile.
Questa eredità si è trasformata, nel XX e XXI secolo, in una cultura dell’eccellenza nell’ingegneria e nell’informatica. Già alla fine del periodo coloniale, l’India (specialmente attraverso la rete di ispirazione britannica degli IIT –Indian Institutes of Technology) aveva iniziato a produrre una classe dirigente tecnologica di livello mondiale. E che, ovviamente, parla perfettamente l’inglese, la lingua franca della scienza globale.
Strategia industriale o velleità geopolitiche?
Ci si può ovviamente chiedere se il “corridoio dei semiconduttori” annunciato durante la visita del primo ministro Sanae Takaichi rappresenti un impegno industriale concreto oppure che un semplice segnale diplomatico.
Per quanto riguarda i 120 accordi specifici firmati, non c’é dubbio che essi riguardino la produzione concreta, l’integrazione delle catene di approvvigionamento e investimenti multimiliardari. Ma anche il messaggio strategico di politica industriale inviato dal “corridoio dei semiconduttori” invia inoltre un segnale forte, di cui la Cina non mancherà di tener conto. L’iniziativa sottolinea lo sforzo del Giappone di diversificare la produzione di tecnologie critiche al di fuori della Cina.
Come è stato correttamente sottolineato, anche da parte indiana, “combinando l’esperienza manifatturiera del Giappone con il talento indiano nella progettazione e nell’ingegneria, i due paesi mirano a sviluppare una catena di approvvigionamento di semiconduttori per chip avanzati che non dipenda dalla Cina. La roadmap include “attività congiunte di ricerca e sviluppo su chip specifici per l’intelligenza artificiale (GPU), segnalando l’ambizione di ridurre la dipendenza dalla tecnologia occidentale per l’hardware dedicato all’IA.”
E analogamente, per quanto riguarda le “sfide future”, gli Indiani sembrano consapevoli del fatto che “nonostante lo slancio, permangono ostacoli importanti. L’India é chiamata a compiti che – nel contesto locale – sono meno semplici di quanto potrebbe sembrare; come fornire l’elettricità altamente stabile e l’acqua ultra-pura essenziali per la produzione di semiconduttori.
Inoltre, per avere risultati concreti, bisognerà saper attendere. Non solo perché la costruzione di una fabbrica di semiconduttori e di impianti di produzione chimica richiede in genere da tre a cinque anni. Ma anche perché gli accordi firmati a New Delhi ”si concentrano principalmente sui materiali e sul confezionamento piuttosto che sulla fabbricazione di chips d’avanguardia, di meno di 7 nm” (< 7 nanometri). Mentre la produzione cinese viaggia attorno ai 2nm. Due miliardesimi di metro.
Giuseppe Sacco