Molta stampa italiana arruolata o compiacente nei confronti del governo in carica, ha espresso il suo apprezzamento e di piu per la proposta di Giorgia Meloni (?) di assicurare la protezione dell’ Ucraina, studiando una modalita’ di applicazione nei suoi confronti delle stesse garanzie che l’ art. 5 del trattato costitutivo della Nato prevede per i Paesi membri.

Ma, in realtà, si tratta di un presunto colpo di genio della Presidente del Consiglio, come sostengono i suoi adulatori, almeno pari alla brillante intuizione del resort in Albania, o soprattutto di un assist dei nazional-sovranisti italiani al loro omologo di Washington per favorirne l’inerzia ed il disimpegno nei confronti dell’ Ucraina?
Com’è noto c’è stato chi sosteneva – ed era uno che se ne intendeva – che a pensar male si fa peccato, ma si indovina….

Ora si tratta di capire come e perché possa essere efficace un dispositivo estrapolato dal contesto generale di un trattato di cui è parte organica. E di comprendere, altresì, come possa funzionare senza un impegno di tutti i membri della Nato, bensì sulla scorta di una dichiarazione di intenti o poco più da parte di pochi paesi volontari e volenterosi. Auspicabilmente tra i maggiori, ma, da quel che si comprende fin d’ora, senza gli Stati Uniti, tutt’al più disponibili ad un ruolo di facciata.

Vuol dire che si sottoscrive un generico e comune impegno a futura memoria oppure si accetta fin d’ora, nell’eventualità, di inviare le proprie truppe a combattere sul suolo dell’ Ucraina? Si sottoscrive, tra questi Paesi volonterosi sostanzialmente un trattato che sia asseverato dai rispettivi parlamenti e valga a prescindere dall’avvicendarsi dei governi in carica?

Si fa tutto, in fretta e furia, ciascuno per sé, salvo un coordinamento in tempo reale, al momento dell’eventuale bisogno, oppure, fin d’ora ciascun paese prevede e provvede a risorse militari aggiuntive a quelle destinate alla propria difesa nazionale, da finalizzare alla protezione dell’ Ucraina? E si crea o meno – potrebbe essere l’embrione di un esercito europeo – una sorta di filiera congiunta, che preveda le gerarchie di un comando transnazionale, strategie studiate d’intesa, dislocazione ad hoc di presidi militari, dotazione coordinata dei sistemi d’ arma, formazione congiunta della truppa ed eventuali esercitazioni sul suolo stesso dell’ Ucraina?

Ed, infine, questa disponibilità di alcuni paesi europei come si colloca, nel quadro generale dell’Unione Europea, soprattutto – anche dal punto di vista economico e finanziario – in relazione alla strategia di difesa comune?
In sostanza, bisognerebbe entrare in un’ottica del tutto nuova che va oltre la logica di un’operazione di “peace keeping”.E, conseguentemente, di preparare il fronte interno a condividere e sostenere una tale prospettiva, che non puo’ che protrarsi indefinitamente nel tempo.

Insomma, è necessario, in primo luogo, essere talmente pronti e determinati da esercitare una forte pressione dissuasiva nei confronti della Russia. Se, al contrario, si tratta di sottoscrivere un documento congiunto di buoni propositi, ci prendiamo in giro e giochiamo a fare la parte dei brillanti sulla pelle degli ucraini.

Domenico Galbiati

 

 

 

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