“Studierò questo stupido accordo”, aveva detto, all’inizio del 2017, un Trump appena eletto alla casa Bianca, dopo una litigata telefonica con il premier australiano Malcom Turnbull. Colpevole, ai suoi occhi, di aver menzionato un accordo dell’era Obama con il quale Washington aveva accettato di accogliere negli Stati Uniti ben 1.250 rifugiati musulmani, principalmente di etnia Rohingya, che all’epoca erano bloccati in due campi di detenzione a Nauru e Manus, vicino alla costa della Papua-Nuova Guinea.

In realtà, avrebbe dovuto studiare la questione prima di affrontare il più navigato Turnbull. Perché, rifiutandosi di mantenere gli impegni di Obama e di reinsediare i rifugiati, avrebbe finito per fare un grande favore proprio al Paese che aveva identificato come il principale oggetto dell’ostilità americana: la Repubblica popolare cinese.

Per capire cosa ci fosse dietro questa storia, e perché Trump avrebbe dovuto evitare, almeno in questa occasione, di esprimere la sua ben nota posizione sui troppi rifugiati in arrivo negli USA, bisogna fare due passi indietro nella complessa situazione esistente all’epoca – e tuttora – nel paese da cui proviene la maggior parte di questi profughi: il Myanmar, noto anche fin dai tempi dell’Impero britannico come Birmania. Un paese etnicamente molto complesso, afflitto da decenni di guerre tra eserciti tribali e strategicamente situato tra la Cina e l’Oceano Indiano.

Primo passo indietro: la Birmania

Dalla metà del XX secolo, la posizione geografica, unita alle tre conseguenze asiatiche della seconda guerra mondiale – (a) la fine dell’Impero britannico, (b) la sconfitta del Giappone e (c) il trionfo di Mao in Cina – avevano fatto vivere il Myanmar all’ombra di Pechino. Solo di recente, nell’aprile 2016, un trionfo nelle prime elezioni democratiche mai tenute nel paese aveva portato a un “cambio di regime”, ed aveva reso Aung San Suu Ky, celebre Premio Nobel per la pace, la sovrana de facto del paese. Dando così alla Cina una mazzata poco notata, ma estremamente dura.

Per valutarne la gravità politica, bisogna infatti guardare al contesto familiare della signora Aung San Suu Ky, che aveva mostrato apertamente la sua preferenza per l’Occidente sposando un suddito britannico e lasciando che i suoi figli vivessero a Londra. Però, anche il suo lato birmano è molto significativo; perché suo padre, Aung San, che in Myanmar è considerato il “Padre della Nazione”, era stato nel 1938 il fondatore (e per tre anni Segretario politico) del Partito Comunista Birmano, e nel 1941 era diventato il capo delle forze birmane che combattevano contro gli Inglesi a fianco del Giappone.

Va detto che fece tutto per patriottismo, convinto che i Giapponesi fossero l’unica forza in grado di liberare l’Asia dal dominio coloniale britannico. E per questo fu più volte decorato dallo stesso Mikado, l’Imperatore del Giappone: qualcosa che i cinesi – allora sotto la feroce oppressione nipponica – non hanno ovviamente dimenticato. Come non se era dimenticato Lord Mountbatten, l’ultimo Viceré dell’India, che riuscì a farlo assassinare nel 1947, poco prima dell’indipendenza e della spartizione del Raj britannico. E quando Aung San Suu Kyi aveva solo due anni.

L’ascesa al potere, con quasi il 70% alle elezioni del 2015, di Aung San Suu Ky – che era stata per 15 anni agli arresti domiciliari per i suoi sentimenti democratici, e non aveva potuto vedere i propri figli per quasi vent’anni – sembrava perciò aver spostato il Myanmar dalla sfera di influenza cinese, a quella del Giappone. E questo, proprio nel momento in cui, a Tokyo, il timone era nelle mani di un nuovo Primo Ministro, Shinzo Abe, che aveva lavorato per espandere il ruolo internazionale di Tokyo, e del suo esercito, nel quadro di una “reinterpretazione” della Costituzione pacifista del dopoguerra, consentendogli di “venire in aiuto” di altre nazioni, anche quando il Giappone stesso non è sotto attacco.

Secondo passo indietro: la Cina

Per Pechino, da un punto di vista economico e strategico, poi, lo spostamento del Myanmar verso l’area di influenza dei paesi occidentali (non solo del Giappone, ma anche dei suoi alleati, USA inclusi) che sembrano ogni giorno più ostili a Pechino, sarebbe una perdita grave ed immediata, riducendo drasticamente l’accesso della Cina all’Oceano Indiano.

Per misurare appieno il rischio che la Cina corre con una Birmania filo-occidentale, bisogna mettere da parte per un momento tutto il clamore sul Mar Cinese Meridionale, sulle sue isole (naturali e artificiali) e sulle rivendicazioni contrastanti dei molti paesi che si affacciano su quelle acque. La dura realtà è infatti che, da un punto di vista geostrategico, la Cina è chiusa in una trappola; e rimarrebbe intrappolata anche se Pechino riuscisse a spuntarla in tutte le controversie, in atto o eventuali, relative alle isole e agli scogli di quel mare. Perché tutti i porti cinesi sono su un mare chiuso, e le petroliere – così come tutte le grandi navi, per non parlare delle portaerei e dei sottomarini più grandi – hanno solo tre possibili vie di accesso al mare aperto: lo Stretto internazionale di Malacca, ed i canali della Sonda e Lubbock, che si trovano però in acque nazionali indonesiane. In parole semplici, anche in tempo di pace, la Cina soffre di una drammatica inferiorità marittimo-strategica.

Avere relazioni amichevoli con il Myanmar – le cui aspre catene montuose si stendono tra la Cina occidentale e l’Oceano Indiano – è quindi della massima importanza per Pechino, al fine di accedere, seppur indirettamente, al mare aperto. E già nel dicembre 2008, molto prima dell’arrivo al potere di Aung San Suu Kyi erano entrati in funzione sia un oleodotto sia un gasdotto, concordati tra i due paesi. Entrambi sono un’impresa gigantesca, sia tecnologicamente che politicamente, che attraversa due dei punti caldi politici del sud-est asiatico, gli “Stati” Rakhin e Shan, che mantengono eserciti autonomi e sono solo nominalmente controllati dal governo birmano.

Poiché alcune delle tribù ribelli sono culturalmente molto vicine ai cinesi, Pechino ha in parte la chiave per una vera pacificazione, così che il nuovo regime birmano ha mostrato una notevole disponibilità a buoni rapporti di vicinato. Ma soprattutto, a metà del 2016, una visita di Stato in Cina ha dato fatto capire che Aung San Suu Ky non intende tenere il Myanmar né nell’area di influenza esclusiva dell’America, né di nessun altro. Animata dagli stessi sentimenti patriottici di suo padre, ha cioè mostrato l’intenzione di mantenere buoni rapporti non solo con le forze che hanno sponsorizzato la sua popolarità in Occidente, ma anche con la Cina. Il che ha deluso le attese di quelli che volevano usare la Birmania per negare  l’accesso della Cina anche all’Oceano Indiano.

I Rahingya, un “imperativo morale”

E così, all’improvviso, i difficili rapporti tra la pacifica maggioranza buddista della Birmania e Rahingya, una piccola e povera comunità musulmana composta immigrati provenienti dal Bangla Desh, sono diventati una questione di interesse internazionale. Sono cominciati – con l’uccisione di una quarantina di poliziotti birmani – i disordini nell’area popolata da Rahingya, guidati da un santone che predica dall’Arabia Saudita. Così come è cominciata in Occidente la demolizione della figura di Aung San Suu Ky, nonostante il suo partito abbia stravinto le elezioni dell’8 Novembre 2020.

Solo il Comitato Nobel si è rifiutato di partecipare al tentativo di destabilizzazione del Myanmar, il cui colpo più grave prima del golpe militare in atto, è stato il 29 gennaio 2017, l’assassinio di un eminente esponente Rohngya, l’avvocato Ko Ni, uno dei più stretti e influenti consiglieri musulmani di Aung San Suu Kyi, contrario alle idee separatiste che si stanno diffondendo per la creazione di un’entità indipendente Rohingya.

Da un punto di vista territoriale, questa entità da staccare dal Myanmar dovrebbe – guarda caso ! –  comprendere l’intera costa della Birmania settentrionale, quella di maggiore interesse commerciale per la Cina, rendendo cosi impossibile il progetto di una linea ferroviaria tra la città cinese di Kunming e l’Oceano Indiano. Inutile dire che la stampa occidentale molto “politicamente corretta” ha prosperato sull’esistenza di questa nuova crisi politica e umanitaria e ha cominciato a preparare il terreno perché, una volta creato questo nuovo staterello, gli Stati Uniti avrebbero un “obbligo morale” di proteggerla dal Myanmar “sanzionato” con un dispiegamento militare permanente.

Al tempo stesso si sono diffuse notizie di atrocità, di massacri e genocidi, le cui prove appaiono altrettanto solide e indiscutibili quanto quelle delle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, e si è scoperto il problema dei profughi come quelli bloccati a Nauro e Manus.

Le “preoccupazioni umanitarie” per questi ultimi erano all’origine di un accordo USA-Australia per reinsediare alcune centinaia di Rahingya in America. Ma come poteva farle sue il povero Trump, così di recente convertito agli affari geopolitici, e completamente all’oscuro del retroscena di questa storia? Come poteva apprezzare il significato etico, il valore politico e l’utile per la diplomazia statunitense di portare 1.250 musulmani Rahingya sul suolo statunitense).

Una volta informato, ha probabilmente capito che l’accordo tra Turnbull ed Obama non era poi così stupido, nella prospettiva del “pivot to Asia”. Ma come poteva, con il suo furore anti-profughi, lui – costruttore di un muro infinitamente più lungo di quello celebre di Berlino, trovare tutta la sensibilità umanitaria necessaria per risolvere la “difficile situazione” dei Rahingya bloccati a Nauru e Manus?  E per ottemperare al più ampio e generale “obbligo morale” di creare uno staterello tutto per loro? Ai golpisti birmani è toccato così aspettare la fine del suo mandato per porre in atto il loro sanguinoso ritorno al potere in Myanmar dopo cinque anni di democrazia. Mettendo ora Biden nella delicata posizione di dover arbitrare tra l’aspirazione del popolo birmano alla democrazia, il loro vizietto di votare per la scomoda Aung San Suu Kyi, e la crescente identificazione della Cina come rivale strategico dell’America.

Giuseppe Sacco