In una recente intervista, Giuseppe De Rita ricorda che Luigi Granelli, da Ministro delle Partecipazioni Statali, negli anni ‘80, istituì una commissione per studiare i riflessi dell’Intelligenza Artificiale, tema che fin d’ allora compariva all’ orizzonte, anzitutto sul sistema educativo e sulla scuola. Con lungimiranza, Granelli privilegiò quest’ ultimo versante, che anche oggi dovrebbe essere, nel merito della questione, in cima alle nostre preoccupazioni. Chiamò Achille Ardigò a presiedere la commissione e De Rita a farne parte. Senonché il Direttore del Censis ne abbandonò presto i lavori, non appena comprese che la sua intelligenza naturale era cosa “altra” rispetto a quella artificiale e da questa poco o nulla traeva.

In effetti, Intelligenza Artificiale è una denominazione fuori luogo, che, per quanto il suo uso comune sia ormai talmente radicato da non poter più essere messo in discussione, di fatto è fuorviante. E’ sostanzialmente un ossimoro. Si potrebbe dire che se fosse intelligenza non sarebbe artificiale, se fosse artificiale non sarebbe intelligenza. Si tratta, peraltro, di un tema che oggi viene affrontato dal punto di vista applicativo, soprattutto in ordine alle sue ricadute sul sistema economico-produttivo e sulle dinamiche del lavoro.

Senonché, il tema dell’IA andrebbe affrontato, in primo luogo, dal punto di vista antropologico.
Altrimenti. se non avessimo piena coscienza della sua natura e del possibile impatto sulla comprensione che abbiamo di noi stessi, potrebbe davvero sfuggirci di mano. Infatti, noi avvertiamo, sia pure in modo ombroso, che, a differenza di ogni altra tecnologia, l’IA dice di noi, prima e più che del mondo in cui navighiamo. Ci mette a confronto con i nostri limiti, ci rende dubbiosi e scettici in ordine alla presunta onnipotenza che, in altri campi, la tecnica e una malintesa idea di progresso alimentano. Mina le poche certezze che ci restano dopo la stagione dei cosiddetti “maestri del dubbio”: Copernico e Galileo, Darwin e Marx, Nietzsche e poi Freud. E tutto questo ci turba, perfino più di quanto non facciano le stesse biotecnologie più avanzate che penetrano a fondo nei processi più riposti della nostra struttura somato-psichica, quasi configurandoci, al nostro stesso sguardo, come entità che si risolvono – e si dissolvono – in una sorta di “meccano bio-tecnologico”.

L’ IA supera una soglia, oltre la quale viene da noi avvertita minacciosa della stessa essenza dell’ “umano”, come se, sfuggendo al nostro controllo, potesse prevaricare, quasi sostituendosi a noi, le nostre piu’ esclusive attribuzioni funzionali, il pensiero e la mente, il cuore ed il sentimento, mettendo a segno compiutamente quel trionfo incondizionato della tecnica che taluni pensatori del secolo scorso hanno preconizzato. E questo timore non e’ rimasto confinato alla sfera degli intellettuali o degli addetti ai lavori, ma e’ diventato una percezione diffusa e comune che quotidianamente occupa giornali e media di ogni altro genere.

Di fronte alle mirabili imprese dell’ IA, proviamo stupore ed ammirazione, sorpresa, entusiasmo e curiosità, ma anche sospetto e diffidenza, timore e disorientamento, una sorta di allarme e di indefinita paura, come se fossimo risucchiati o condotti per mano in un “altrove” di cui non sappiamo darci conto. Come il “monolite” di “2001-Odissea nello Spazio”, l’ IA e’ arcana e potente, misteriosa , minacciosa eppure attraente, estranea, aliena e, ad un tempo, intima. Una “scatola nera” oscura ed impenetrabile, abitata da processi che ci sovrastano e da cui, pure, emanano lampi di luce che, all’ istante, aprono il nostro sguardo su una diversa percezione del mondo, appena intuita, eppure sufficiente a dubitare che la nostra ordinaria coscienza non abiti se non la buccia di ciò che effettivamente “è”, al di là ed al di fuori della nostra consapevolezza.

Un mistero, a prima vista indecifrabile, che pur vorremmo scoperchiare per comprendere come e fin dove giunga la sua capacità di svelare la dimensione maggiormente intima delle cose, la loro articolazione più sottile, la granulazione più fine di un mondo che è, nel contempo, discreto e continuo, nel quale, pertanto, tutto si tiene, ogni casa rinvia alle altre e di ogni altra rappresenta l’ approdo. Allinea e riordina i pensieri che le abbiamo affidato, ogni dato che ci riguardi e mostra la loro faccia nascosta, quel “più” che li riguarda e che, pur pensandoli, non abbiamo avvertito, perché alludono ad un versante del reale, cui fin qui non ci era stato concesso accedere. Eppure, siamo nel tempo di un riduzionismo scientifico che, scendendo giù per li rami, vorrebbe dar conto di ogni cosa ed imporsi come unica, chiara e legittima fonte della conoscenza.

In sostanza, dovremmo stabilire alcuni punti cardinali interpretativi che orientino la nostra comprensione del fenomeno IA. Almeno due, peraltro già da tempo commentati su queste pagine, ma che vale, forse, la pena ribadire.
In primo luogo, dovremmo tener presente, che, dalla scoperta della carriola fino all’ IA, tutte le attribuzioni funzionali che originariamente gravavano sulle nostre spalle, ma abbiamo saputo, se così si può dire, “esternalizzare”, cioè trasferire ad apparati che se ne facciano carico in nostra vece, non appartengono al torsolo duro, alla struttura ontologica essenziale del nostro essere umani, rispetto al quale appaiono, appunto, accidentali piuttosto che sostanziali. Anzi, la tecnica va volentieri salutata come quella forza che progressivamente spogliandoci di ciò che è, appunto, contingente e strumentale, ci permette di capire che la “sostanza” personale di ciascuno va ben oltre tali facoltà, le quali, una volta dismesse, anziché  appannarla, la esaltano. In secondo luogo, non ha alcuna ragion d’ essere – almeno finche’ non sapessero innamorarsi; se mai solo dopo, ma non succederà mai – il timore diffuso che un giorno i robot possano avere il sopravvento su di noi.

La “scatola nera” di cui sopra non contiene altro se non straordinarie capacità di calcolo e di comparazione statistica di tutto ciò che le forniamo. Operazioni raffinatissime, oltre ciò che mai avremmo immaginato, le quali mostrano ed esaltano la non-contraddittorietà, la consistenza e quell’ armonia intrinseca alle cose che, peraltro, sono ascrivibili al campo del “finito”, sia pure, se vogliamo, all’ ambito di un “ illimitato”, che , ad ogni stadio del suo avanzamento, è, peraltro, pur sempre finito. L’IA nulla sa dell’ “infinito”, cui alludiamo ed al quale tende asintoticamente la nostra coscienza, che trova la propria dimensione costitutiva in questa insondabile declinazione all’ andare perennemente oltre, alla trascendenza. Detto altrimenti, il salto ontologico tra la persona ed ogni altra cosa del mondo resta intatto, perenne ed incolmabile.

L’ intelligenze che, se mai, possa mostrare non è che la nostra, che la interpella tramite l’ input intenzionale trasmesso dall’ algoritmo con cui la fecondiamo. E questo vale anche laddove “apprende”, cioè, si potrebbe dire, costruisce “l’algoritmo degli algoritmi” che le sono stati somministrati. Frulla, manipola, metabolizza, allinea, compara, classifica, compone, scompone e ricompone, configura tutto ciò che le abbiamo messo in pancia, ma non vi aggiunge uno “iota”. Può essere “generativa”, cioè capace di produrre e proporre nuove configurazioni funzionali di ciò che già appartiene al campo dell’ “essere”, ma non può “creare”, cioè chiamare ad essere ciò che ancora non “è”.
Questa facoltà è riservata alla libertà dello spirito e, nel mondo, dell’ immanenza, ad esercitala sono, anzitutto, l’ispirazione dell’ artista o l’ intuizione fulminea dello scienziato, non la pedanteria “macchinina” dell’IA.

Non preoccupiamoci: i robot non prenderanno mai il nostro posto. Non sono in grado di amare e, dunque, non hanno e non avranno accesso a quella dimensione della trascendenza e dell’infinito, che è pur sempre la nostra destinazione.

Domenico Galbiati

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