Su queste pagine, con Giuseppe Sacco (CLICCA QUI) abbiamo parlato della scommessa di Donald Trump nell’imbarcarsi nell’avventura iraniana e della lotta contro il tempo ingaggiato con gli avversari: Trump per portare a casa un risultato serio che egli ha indicato nel “cambio di regime”; l’Iran nel provocare i più gravi danni possibili all’economia occidentale, l’unica in grado di far cessare i bombardamenti americo-israeliani nonostante il peso di Netanyahu (CLICCA QUI).

Dai due Bush a Trump: un copione che si ripete

Si narra che qualche tempo prima di decidere l’attacco all’Afghanistan, Bush il giovane avrebbe chiesto se i talebani fossero un complesso rock. Un archetipo della conoscenza del mondo da parte dei livelli apicali dell’amministrazione Americana. Certo! Questo non è il caso per quanto riguarda le strutture professionale permanenti della Segreteria di stato, della Cia e delle ambasciate Usa. Ma quanto contano allorquando il Presidente e il gruppo che ha attorno devono far prevalere altre logiche? Logiche condizionate dai grandi affari internazionali – e loro personali – dalla “macchina” degli armamenti e il peso che, nello specifico, vale l’Israele di Benjamin Netanyahu?

Nel caso di Bush il giovane – tra l’altro contrario alla decisione del padre di non rovesciare Saddam Hussein dopo averlo costretto a lasciare il Kuwait occupato il 2 agosto del ’90 con la prima guerra del Golfo, durata fino al febbraio del ’91 – non si esitò a creare false prove sull’esistenza di armi di distruzioni di massa in mano al Rais di Baghdad. Operazione cui si prestarono pure i servizi segreti italiani che – con qualche complicità israeliana –  costruirono di sana pianta il caso dell’uranio del Niger messo a disposizione di Saddam. Tutto falso e pilotato per spingere il mondo alla guerra. E si giunse all’ignobile figura fatta dall’allora Segretario di Stato, Colin Powell, nel mostrare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una fialetta che conteneva probabilmente acqua di rubinetto da spacciare per chi sa quale diabolico intruglio sterminatore.

Non ci si vergognò di mentire al mondo per “esportare la democrazia” in Iraq e  in Afghanistan. Mentre sapevamo bene tutti che si trattava di un’altra duplice operazione contro la Russia, proprio mentre a parole si parlava di farla entrare nel consesso occidentale. Cosa in cui credeva sinceramente Silvio Berlusconi. Ma che era lontanissima dagli intenti degli apparati del sistema “militare industriale” cui diede un apporto anche Tony Blair. E questo spiega l’ostilità araba al suo ingresso nel Board of Peace per Gaza. Così come spiega l’atteggiamento laburista – vero questo -di Keir Starmer assai riottoso a farsi coinvolgere dagli interessi di Trump e di Netanyahu nella guerra all’Iran e costretto a mandare mezzi navali nel Mediterraneo, o a fornire aiuto a Giordania ed Emirati arabi, ma precisando che si tratta solo di un intervento difensivo.

Una lunga digressione fin qua, ce ne rendiamo conto. Ma tutto ci dice che mutatis mutandis ci si trovi dinanzi allo stesso copione. Con l’aggravante, però, che l’ignoranza di Trump della Storia e le sue carenze di cultura politica – unite all’uso spregiudicato da parte di Netanyahu della sua capacità di comando alla Casa Bianca – rendono la situazione più complessa e sono destinate ad aprire scenari per l’economia mondiale che impallidiscono a confronto di quelli delle due precedenti guerre del Golfo.

Intanto per la durata. Ammesso che si voglia davvero cambiare regime, l’intervento di terra è inevitabile. Non è detto che richieda – in un contesto qual è quello dell’Iran – solo i sei mesi necessari nel primo intervento contro Saddam e ai circa tre della seconda guerra del 2003 che, però, era stata preceduta da tutto l’impegno speso in pianificazione e spostamento truppe nel corso dell’intero 2002. In entrambi i casi, comunque, si trattò di interventi almeno formalmente fatti votare all’Onu e condotti da una larga coalizione mondiale che oggi Trump non è proprio in grado di allestire. Persino i curdi su cui aveva sperato tanto nell’ennesima funzione “mercenaria” gli hanno detto di no (CLICCA QUI).

Alla ricerca di una via d’uscita da quella che può diventare un’altra guerra di religione

In queste ore, così, sembra che il Presidente americano stia cercando una via d’uscita. Nonostante lo schiaffo ricevuto da Teheran con la nomina come Guida spirituale suprema il figlio di Khamenei – che egli ha fatto uccidere tra i primi nel corso dei bombardamenti – alterna minacce di ulteriori e più terribili conseguenze e dichiarazioni sulla disponibilità a parlare con gli Ayatollah. Insomma, ha sempre in mente una soluzione alla venezuelana ignorando completamente le caratteristiche dell’interlocutore.

A differenza di quanto egli  trovava a Caracas, ha a che fare con un popolo dalle tradizioni pluri – millenarie in cui si è innestata una fede islamica particolare che, se ai nostri occhi appare  soprattutto per i suoi aspetti fondamentalisti – opposti, ma simmetrici, tanto per fare un esempio, a quello dei crociati cristiani di mille anni fa – caratterizza una gran parte del popolo che, assieme ai suoi leader, si sente l’erede dell’Impero persiano e il prediletto da Allah. Ne ha un’idea chi seguì le terribili vicende della guerra tra i rivoluzionari iraniani e Saddam Hussein, durata sette anni e 333 giorni dal 1980 al 1988. Con le televisioni che mostravano e i giornali che raccontavano dei giovani e giovanissimi iraniani, quasi a mani nude, impegnati a sfidare i possenti armamenti che Saddam metteva in campo grazie alle generose forniture degli occidentali. Guerra per procura, ovviamente, diretta a far cadere l’appena nato regime degli Ayatollah e che, invece, divenne la fucina in cui Khomeini forgiò i suoi uomini e s’impadronì definitivamente dell’Iran.

Per quanto riguarda l’eco internazionale di questa guerra, va notato che pochissimo, ed assai scarso rilievo è stato dato dai media occidentali alla Fatwa che la massima guida spirituale sciita dell’Iraq, l’Ayatollah Al Sistani,  diretta a tutti i musulmani del mondo per il sostegno all’Iran (CLICCA QUI). La Fatwa è un editto religioso che impegna tassativamente tutti i fedeli ad un “dovere religioso comune”. Noi ricordiamo di solito le due di Khomeini che hanno suscitato più clamore: quella – poi confermata dal successore Khamenei – che vieta agli iraniani di dotarsi di armi di distruzione di massa e del nucleare, e da considerare come una reazione alla già citata guerra con Saddam caratterizzata da un largo uso di armi chimiche da parte irachena contro i pasdaran iraniani; l’altra, del 1989, che ordinava l’uccisione di Salman Rushdie, l’autore dei “Versi satanici”, a cui obbedì il 12 agosto 2022 un certo Hadi Matar: non riuscì ad uccidere lo scrittore indiano naturalizzato britannico, ma gli accecò  un occhio e gli provò gravi lesioni ad un braccio.

Evidenti sono i motivi per cui l’intervento di al Sistani ha ricevuto così poco interesse. Perché la vulgata corrente è quella di puntare ancora sulle divisioni interne al mondo musulmano e trascurare, invece, una ben più profonda divisione creatasi ancora una volta tra i regnanti ed i dirigenti di taluni paesi musulmani e i loro popoli. Un elemento che faremmo davvero male a sottovalutare. Anche perché il ruolo di Israele nella vicenda iraniana ha assunto una preminenza tale che i musulmani non sciti – anzi loro fortemente contrari – devono stare attenti a quello che dicono e a quello che fanno. Sia perché i massacri e le distruzioni in Iran si aggiungono a quelle di Gaza che hanno fatto inorridire il mondo intero, sia perché di fatto, la copertura mediatica dei bombardamenti di questi giorni  sta facendo passare sotto silenzio la pressoché completata occupazione della Cisgiordania, ed anche perché  le immagini dall’Iran si accompagnano a quelle del Libano dove sciiti, sunniti, drusi, alawiti e cristiani – è stato ucciso anche padre Pierre El Raii, il parroco di Qlayaa che si trova nella zona meridionale del Libano ed è abitato da una prevalente maggioranza  cristiano maronita- si ritrovano uniti sotto le bombe israeliane.

E Giorgia Meloni?

Viene da chiedersi: ma tutte queste cose Giorgia Meloni le conosce? Ma sarebbe una classica interrogazione retorica.  Non è certo a caso che non solo è più che mai restia a pronunciare una parola di condanna  condanna per tutto ciò che viene fatto contro il Diritto internazionale, ma tace anche di fronte a quello che sta accadendo in Libano. E poi che il Ministro degli Interni Matteo Piantedosi – un altro regalo di Salvini alla politica italiana, prima del generale Vannacci – ci dica quanto sono rafforzati i sistemi antiterrorismo conferma la solita attitudine a sostituire lungimiranti prese di posizione con dichiarazioni retoriche che, semmai, aumentano le preoccupazioni e non aiutano ad abbassare lo stato d’ansia. Soprattutto, non aiutano a capire in quale contesto storico e politico accade ciò che accade e spingono la maggioranza degli italiani a confermare che tutto ciò che sta accadendo non lo è a nome degli italiani.

Giancarlo Infante

 

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