Nel mettere in moto i drammatici eventi del 28 febbraio – che, con l’uccisione della massima autorità del regime islamico, sembrano aver girato una pagine nella storia del Medio Oriente e, forse, anche di un assai più ampio teatro internazionale – ha indubbiamente, e probabilmente in misura prevalente, giocato l’ormai vincente allineamento degli Stati Uniti nei confronti dello Stato Ebraico. E ciò più che mai, da quando è terminata la contrapposizione ideologica con il blocco sovietico, e tanto che gli Americani siano governati dai Repubblicani o dai Democratici,.
Nella decisione del Presidente americano Trump di abbandonare il tavolo delle trattative con Teheran sulla questione dell’arricchimento dell’Uranio e dell’arma atomica per passare all’attacco, un certo ruolo lo hanno anche avuto le evidenti difficoltà e la crescente impopolarità che Trump incontrava ancora ieri sul fronte interno, per i negativi risultati della sua politica, che si proponeva come protezionistica, ma che si è sinora tradotta soltanto in un uso balordo quanto massiccio dello strumento dei dazi tariffari. E per la crescente necessità, che ne conseguiva, di distrarre l’opinione pubblica. Finalità evidente delle mosse con cui Trump ha tentato di uscire dalla crisi internazionalizzandola, e che il rapido successo militare potrebbe far considerare ottenuta, almeno provvisoriamente.
Tale successo non era facilmente prevedibile, anche oggi molti diranno di averlo previsto. E il quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti potrà anche cercare di respingere fuori dall’area di maggior attenzione del pubblico sia interno che internazionale, la tragedia di Gaza, dove la tregua non è altro che la prosecuzione del genocidio e dell’ethnic cleansing del territorio. E così stabilizzare e rendere strutturale l’alleanza Israelo-americana a guida Natanyahu, per la quale è infatti necessario cancellare Gaza dalla carta geografica del presente, e dalla storia degli ultimi cinquant’anni.
Un’intera generazione di americani potrà perciò essere sufficientemente distratta dalla dai nuovi sviluppi della realtà internazionale, e rieducata – come si è tentato di fare con i Tedeschi dopo la Seconda Guerra Mondiale – in modo da cancellare il sentimento pro-palestinese che nella loro coscienza si è profondamente radicato
Un “pezzo” della vittoria
Trump sembra insomma aver creato le condizioni per regolare in maniera a lui favorevole la situazione in uno dei fronti – o “pezzi”, come aveva lucidamente detto Papa Francesco – su cui si sta combattendo il primo scontro globale del nuovo secolo. Ma perché solo un “pezzo”? Non è forse possibile considerare che i tempi brevissimi con cui è stata decapitata una delle più importanti e storiche entità statuali del mondo islamico preannunciano una importante vittoria israelo-americana nell’opera in atto di ridisegnare l’Ordine politico-militare ed economico planetario? Cioè l’ambizioso obiettivo che nel “pezzo” europeo dello scacchiere internazionale fronte viene perseguito dalla Germania e dai suoi satelliti, attraverso il sostegno alla “guerra eterna” in Ucraina?
La risposta a questo interrogativo, a meno di spettacolari novità, appare per il momento abbastanza semplice. Lo scenario che si profila in Medio Oriente con la messa in ginocchio dell’Iran ha conseguenze limitate perché Mosca ha reagito – almeno sinora – in maniera estremamente moderata: parlando dell’evidente rischio di escalation come di uno sviluppo che avrebbe solo carattere “regionale”.
E perché anche Trump, peraltro, cerca di non esagerare con gli obiettivi della guerra. Come appare evidente da una delle strade che egli sta cercando di aprire al regime change che ora dovrà avere luogo a Teheran. Una strada che passa attraverso la ricerca – o forse addirittura l’invenzione e la creazione – di una “quinta colonna” nel grande paese che il regime religioso ha per quasi mezzo secolo dominato e paralizzato nella realizzazione del suo potenziale. Che passa cioè attraverso l’esplicita offerta fatta ai Pasdaran di succedere agli Ayatollah nel controllo dell’ex Impero Persiano semplicemente deponendo rapidamente le armi.
Si tratta di un’offerta che si può far risalire alla ormai più che provata riluttanza – a differenza del suo cruciale alleato israeliano – del Presidente americano ad impegnarsi in guerre vere e proprie. Ma che appare assai realistica, perché peraltro dimostra molto chiaramente come non ci sia, nel quadro politico iraniano, una forza alternativa e disponibile ad un legame stabile con gli israelo-agli americani che possa prendere il posto degli Ayatollah. Anche se dopo 47 anni appare chiaro come gli iraniani non ne possano più, e tra essi in primo luogo gli ambienti economici, il “bazar”. Che oggi è in prima linea nella rivolta così come 47 anni orsono fu determinante nell’affrettare la caduta del regime monarchico e l’avvento della Repubblica Islamica.
Quando la UE mostra i suoi limiti
Di fronte a questo gioco, i più smarriti sembrano gli europei. E non si tratta solo della patetica Kaja Kallas, cui in maniera del tutto irresponsabile è stato affidato il ruolo di Alto commissario per gli affari internazionali, ma anche – anzi in particolare – della signora von der Leyen, pallida creatura della burocrazia brussellese, che appare legata mani e piedi alle ambizioni revansciste della Germania. Più di quanto Trump non sia succube delle ambizioni imperialistiche di Netanyahu
Essi infatti hanno appena condannato nella categoria dei terroristi proprio quella forza – i Pasdaran – che Netanyahu e Trump vogliono usare come strumento del loro controllo. Forse anche ai fini di un parziale smembramento dell’Iran tra le differenti nazionalità che Netanyahu ha esplicitamente elencato nella propria offerta al popolo oggi oppresso dalla dittatura clericale.
La morte della Guida Suprema, e l’eliminazione – ammessa sin dalle prime ore dell’attacco militare – dell’uccisione dl capo dei Pasdaran pongono ormai l’interrogativo se ciò non faciliti l’accettazione da parte delle forze armate iraniane della chiara offerta che gli israelo-americani fanno loro di effettuare un colpo di Stato, perché di questo si tratterebbe, e instaurare un regime militare al posto di quello clericale.
Questa offerta, che Netanyahu ha ripetuto in maniera molto esplicita e dettagliata nel suo intervento televisivo della tarda mattinata sta anche a dimostrare che gl’israeliani – nonostante le loro straordinarie capacità di infiltrare e corrompere i loro nemici – in Iran non dispongono, o non dispongono chiaramente, di una quinta colonna interna è pronta a prendere il potere sotto tutela ebraica dopo la fine del regime clericale.
E questo sta significare anche che un ruolo solo marginale può, nell’attuale situazione, il figlio dello Shah deposto nel 1979. L’ipotesi offerta più volte di una restaurazione del regime monarchico, appare infatti di difficile, o solo transitoria, anche perché un passo indietro di questa direzione potrebbe creare una sorta di guerriglia permanente tra nuove autorità iraniane e la popolazione. La cui mutazione in questo ultimo mezzo secolo è stata notevole, come si vede dalla mobilitazione per esempio della popolazione femminile.
La situazione insomma è diversa rispetto a quando l’alternativa allo Shah era costituita dal partito comunista Tudeh sostenuto dalla potente e vittoriosa Unione Sovietica anche con gruppi armati sul tipo “stay behind”, lasciati nella metà settentrionale del Iran dopo la fine della occupazione militare, spartita tra Russi e occidentali che aveva tenuto di fatto l’Iran fuori dalla seconda guerra mondiale.
Giuseppe Sacco