Salvini a Piazza San Giovanni e Renzi alla Leopolda: ambedue evocano suggestioni piuttosto che esprimere concetti.
Con approcci diversi, dettati, per ciascuno dei due, dalla rispettiva storia recente.
Più circospetto Salvini che soffre i postumi di una eccessiva sovraesposizione. Come il giocatore che ha appena deviato il pallone nella propria rete, è costretto a misurare più attentamente il passo e la giocata. Più sfolgorante Renzi che, al contrario, soffre le pene di una lunga astinenza. Deve recuperare l’appannamento d’immagine subito. Anche a costo di correre il rischio di una over-dose di protagonismo da far pagare al Paese.
Ambedue alla ricerca di quel contatto empatico con le rispettive tifoserie che li rassicuri in ordine al fatto stesso di sopravvivere e di esistere e letteralmente li alimenti perché, se ciò venisse meno, si ritroverebbero afoni ed insapori.
La piazza, per l’uno e per l’altro, funziona come lo “specchio” magico delle rispettive “brame” cui la Regina cattiva di Biancaneve chiede conferma di essere “la più bella del reame”.
Insomma, chi parla “alla pancia”, a sua volta parla “di pancia”. Imprigiona se stesso ed il proprio interlocutore in un circuito vizioso che, in forza dell’emozione suscitata, pretende di by-passare lo sviluppo critico di una certa tematica, cosicchè  la questione agitata risulti più coinvolgente della sua stessa analisi razionale. Se per un verso il capo “incita” la piazza, per altro verso la piazza “eccita” il capo che, a quel punto, diventa primattore e, nel contempo, comparsa della sceneggiata.
Del resto, oggi vediamo in campo forze come il Movimento Cinque Stelle che danno plasticamente conto della patologia del sistema politico, anzi la incarnano. Sostengono, ad esempio, che non vi sarebbe più nessuna differenza tra “destra” e “sinistra”. Sia perchè non hanno in chiaro i criteri essenziali per individuarne le rispettive fisionomie, sia perchè è pur necessario salvare  la faccia e giustificare come si possa passare  dal governo “truce” con Salvini, a questa sorta di “vie en rose” con il PD. Un caso eclatante di “eterogenesi dei fini” tale per cui una forza nata per abbattere la casta, si è fatta essa stessa casta.
Resterebbe da capire cosa faccia chi, come il PD, sarebbe legittimo attendersi che usi la testa e spieghi con franchezza agli italiani che i sacrifici ancora necessari sono finalizzati ad una speranza che rinasce.
Senonché lo affligge la precarietà di un governo disturbato da un costante e reciproco lavorio ai fianchi di ogni suo attore nei confronti degli altri. Come se tutti insieme, e ciascuno per sé, guardassero altrove, alla ricerca della “pole” che assicuri una ripartenza più favorevole nell’istante in cui sarà dato il via al vero “gran premio” elettorale.  Insomma, è difficile sottrarsi all’impressione che il sistema politico-istituzionale sia malato e lo squallore
della guerra dei ” Mattei”  ne rappresenti uno dei sintomi più preoccupanti.
Quando sovranismo ed anti-sovranismo, europeismo e nazionalismo di fatto ricorrono allo stesso linguaggio e pescano nello stesso repertorio di provocazioni incrociate c’è poco da stare allegri.
Vuol dire che gli argomenti del contendere non contano nulla ed altro non sono che figure retoriche funzionali a quel muscolare sfoggio di potenza destinato a selezionare il maschio-alfa, cui spetta ogni diritto sulle donne dell’ harem e sui relativi eunuchi.
Quel che pare certo – ed, in fondo, foriero di speranza – è, comunque, il fatto che oggi nessuna forza può credibilmente rivendicare la cosiddetta “scelta maggioritaria”, una colossale sciocchezza in un Paese naturalmente articolato e plurale come il nostro.  Scelta che nessuno – a meno del capestro di una dacroniana legge elettorale maggioritaria – potrebbe premiare.
E’ necessario che ciascuna forza si guardi allo specchio con molta franchezza e maturi quel mix di consapevolezza di sé, ma anche di capacitàdi ascolto, di umiltà e di maturità democratica necessario ad intraprendere quel cammino di “coalizione” che, sull’uno e sull’altro fronte dello schieramento, può favorire la riscoperta della nobilità della politica.
Domenico Galbiati