Migrazione interna e rinascita italiana

L’Italia ha già conosciuto un imponente fenomeno migratorio. Quello interno da Sud a Nord in un dopoguerra che preparava gli anni del “boom” economico e produttivo. La diffidenza nei confronti dei meridionali era alta e diffusa. Anche chi viveva la sofferenza dello sradicamento dalla propria terra era, in ogni caso, un “diverso”, un intruso o addirittura una minaccia, almeno potenziale, all’equilibrio, sia pure dissestato, di un Paese che usciva con le ossa rotte dal ventennio fascista e dalla guerra. Nei grandi centri urbani non mancavano sentimenti di astio o fenomeni di esclusione sociale.

Un benessere da costruire, non da difendere

Senonché non c’era un benessere da difendere, ma da conquistare. Senza la manodopera dei meridionali il Nord non ce l’avrebbe fatta e le popolazioni locali lo intuivano. Il progresso non andava da sé come poi ci si è illusi e forse tuttora si crede. Era un pesante fardello, un carro inceppato da spingere avanti a forza di braccia. E se ce n’erano di più che davano una mano, non si badava alla parlata di chi faticava al tuo fianco, anche se, in un primo momento, ti riusciva così dissonante dalla tua.

Il linguaggio comune del lavoro e della famiglia

Non è retorica dirlo, ma il linguaggio comune era il sudore della fronte e la preoccupazione di tirar su i figli così intensamente vissuta da non poter essere negata ad altri, a nessun altro. Erano, finalmente, gli “italiani” che si riconoscevano come “popolo”. Diversi, distinti, ma accomunati da un sentimento comune, da attese, speranze, traguardi condivisi: trovare lavoro, crescere i figli, preoccuparsi che godessero di una cultura più avanzata di quanto fosse stato concesso a loro perché trovassero un’occupazione meno onerosa e una vita più serena. E sopra ogni cosa costruire la casa per i figli. Un ambiente “moderno” in cui non speravano, né pensavano, lasciando le loro povere case di cascina, di poter entrare perché era il “tempio” dei figli e dei nipoti, qualcosa di sacro, intoccabile, il segno di una vita sofferta e dura, ma riuscita. Erano sentimenti che pervadevano l’ambiente, quasi si toccassero con la mano. Era l’Italia che rinasceva dalle sue macerie.

Il contributo dei meridionali alla nuova Italia

Del resto i meridionali hanno fatto la loro parte. Hanno subito smentito che fossero “lazzaroni”, hanno lavorato di lena, non solo da manovali, ma artigiani, commercianti, insegnanti, postini, carabinieri. poi anche piccoli imprenditori. Si sono inseriti nei vari ambienti della società civile, associazioni, parrocchie, poco più avanti nei partiti e spesso in posizioni significative, fino a sedere nei Consigli Comunali e non solo nei centri minori. Chi non ha vissuto quegli anni può pensare che questa sia una ricostruzione un po’ romanzata ed idilliaca, ma non è così. Senza nulla togliere al dramma di chi deve svellere le proprie radici da un terreno con cui fanno tutt’uno per trapiantarle altrove.

La chiave dell’integrazione: le comunità locali

Resta da aggiungere che, ad ogni modo, la chiave di volta che ha sostenuto questo processo di integrazione è stata rappresentata, in primo luogo, dai centri minori, dalle comunità locali medio-piccole e dalle istituzioni pubbliche cui danno vita. Dalle realtà in cui le relazioni, i rapporti interpersonali sono vivi ed autentici, finché l’antica diffidenza, un po’ per volta, è diventata una sostanziale confidenza. Se vogliamo trarre da questa storia un insegnamento per l’oggi, sta, anzitutto, qui: è nelle relazioni umane efficaci, nelle comunità a misura d’uomo che le favoriscono, l’architrave dei processi di integrazione.

Domenico Galbiati

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