“Di mattina, i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio componevano, insieme, i tasselli della nostra Carta Costituzionale.
La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni. La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia”. Così, il Presidente Mattarella nel messaggio augurale agli italiani per il Nuovo anno. Anno in cui cade l’ottantesimo anniversario della scelta “repubblicana” del popolo italiano e l’elezione dell’Assemblea Costituente. La quale – nel momento drammatico dell’ avvio della “guerra fredda”, che si ripercuoteva ovviamente, anzi si riproduceva tale e quale, sulla vicenda politica interna del nostro Paese – nel breve volgere di soli diciotto mesi, dalla prima seduta del 25 giugno 1946, all’approvazione della Carta Costituzionale, il 22 dicembre 1947, ha dotato l’Italia di una legge fondamentale dello Stato tuttora vitale ed in grado di offrirci i valori, i principi, l’orientamento necessario ad affrontare, oggi, una fase storica del tutto nuova, ricca di trasformazioni e di impegni difficili perfino da comprendere e decifrare nella loro effettiva natura.
L’Italia della “Prima Repubblica” è stata, del resto, uno straordinario laboratorio politico. In un Paese posto quasi al confine della “cortina di ferro”, nel quale era presente il maggior partito comunista dell’Occidente , la Democrazia Cristiana ha condotto in porto un delicatissimo progetto di straordinaria intelligenza politica, quale non è stato dato rilevare in nessun altro Paese. Anzitutto, grazie alla guida di De Gasperi, ha accompagnato forze che – in un’Italia, materialmente e moralmente distrutta, avrebbero potuto cedere a suggestioni reazionarie, se non sovversive, sol che non avessero intravista un’altra strada – verso una sfida, irrevocabilmente democratica e socialmente avanzata, contro una sinistra che è stata costretta all’ angolo. Finché, grazie al confronto con una forza autenticamente popolare, ha dovuto cambiar pelle, abbandonare via via il principio del “centralismo democratico”, progressivamente allentare – passando dai “carristi” di Budapest ‘56 alla timida apertura al “comunismo dal volto umano” di Dubcek nella Praga del’68 – il rapporto con Mosca, fino alla dichiarazione di Berlinguer di sentirsi più sicuro nella Nato piuttosto che nel Patto di Varsavia.
Non è andata così con Marchais in Francia e con Santiago Carrillo in Spagna, dove i rispettivi partiti comunisti sono andati via via spegnendosi. Il che non è successo ai compagni di casa nostra, in una dinamica che ha visto i due grandi partiti popolari italiani, combattendosi, affinare a vicenda il proprio ruolo progressista e l’orientamento comune, se pur in forme dissonanti, all’ interesse generale del nostro Paese. Non la cosiddetta “convention ad excludendum” – che non ha mai tolto ai comunisti il diritto di rappresentare, nei vari livelli istituzionali, un sol voto che avessero conquistato – ma il duro scoglio della credibilità democratica ha guidato l’ evoluzione del partito comunista italiano fino agli anni di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer. Il comune impegno costituzionale ha rappresentato l’incipit di tale cammino.
Anche oggi l’ Italia sta diventando, in tutt’altro contesto, un importante laboratorio politico. Che si appresta ad essere attraversato verticalmente, da cima a fondo, dalla controversia in ordine alla cosiddetta “madre di tutte le riforme”, come la chiama la destra. Cioè, quella proposta di riforma della Costituzione nel segno del “premierato” che, a sua volta, è destinata a rappresentare uno spartiacque invalicabile. O di qui o di là.
Ed, ancora una volta – e dovremo rifletterci ancora – tale da riprodurre nel nostro Paese la demarcazione che, a livello internazionale, si va via via affermando, tra democrazie liberali ed autocrazie.
Domenico Galbiati