Un tempo, una delle forme di spionaggio più utilizzato era quello di parlare con i cocchieri e le servette. Rivelavano, spesso, le vere intenzioni dei loro signori. Oggi, è tutto più facile e a portata di tutti. Basta ascoltare in televisione i “portavoce” di Giorgia Meloni per sapere dove davvero battono il suo e i loro cuori. Alla fin fine, dalla parte di Donald Trump.

Uno, ieri, ci ha addirittura spiegato che Trump ha ragione a fare quello che fa. Perché l’Onu non funziona. Lo stesso ragionamento sparato contro l’Europa. Un esercizio facile praticato da chi nell’Europa non ha mai creduto, salvo incassare i finanziamenti del Pnrr e salvare così i conti pubblici. E lo stesso vale per le Nazioni Unite e tutte le altre istituzioni sovranazionali, in realtà sottoposte ad ogni genere di “sabotaggio” proprio da parte di chi ne critica il funzionamento.

Troppo facile remare contro – da soli e in compagnia di altri – e, poi, emettere giudizi semplicistici che, deliberatamente, non tengono conto della complessità delle cose. Quelle cose che, intanto, ci avvertono di come si stia esaurendo quel campo di uova su cui Giorgia Meloni ha finora pattinato cercando di stare con tutti e provando a non scontentare nessuno in una posizione che viene definita, enfaticamente, di mediazione. Ma, in effetti, come annota più di un analista di questioni internazionali, l’Europa sembra adesso abbandonare quella politica “soft-soft” seguita finora nei confronti di Trump. C’è chi sta reagendo com’è nel caso di Emmanuel Macron con cui se la prendono sempre i nostri giornalisti “cocchieri / servette”.

Il Presidente francese subisce in queste ore l’attacco di Trump perché ha detto no al “Board of Peace” per Gaza – in cui si entra a far parte a pagamento – strumento di quella che i cinesi giudicano “privatizzazione” degli affari internazionali e “mercificazione” della pace, oltre che “enorme sfida all’attuale sistema di governance internazionale e alle norme di condotta”. Ed è evidente il tentativo di estenderne competenze – ed affari – ad altri ambiti d’interesse dell’impero economico di Trump e famiglia quasi come se, davvero, Trump si volesse vedere a capo di un’Onu personale.

Il fatto è che per qualcuno la nostra presenza nella Ue – e l’essere partecipi del Diritto internazionale – dev’essere concepita come una sorta di “mezzadria” e da quel tipo di contratto di affittanza dovremmo cercare di avere il massimo dei vantaggi con il minimo dei rischi. Tutti bravi ad avere queste pensate. E questo spiega pure perché siamo esclusi dalla neonata E3 che, con l’asse tripartito Francia, Germania e Regno Unito, ci fa ritrovare sempre più assenti e marginali. E vedere sempre più indebolito il peso della parte mediterranea dell’Europa.

Dopo aver deciso di fare muso duro al muso duro di Trump, gli altri tirano diritto. “Stiamo attraversando territori inesplorati. Non abbiamo mai visto una cosa del genere prima. Un alleato, un amico da 250 anni, sta valutando l’utilizzo dei dazi… come arma geopolitica”, ha affermato il ministro delle Finanze francese Roland Lescure. Il suo collega tedesco Lars Klingbeil ha aggiunto: “È stato superato un limite… Una cosa deve essere chiara: l’Europa deve essere preparata”.

Ieri abbiamo anche sentito il suo rappresentante in Europa, Nicola Procaccini, sostenere che bisogna cercare il dialogo. Facile chiedergli con chi, a meno che non si stravolga la Treccani e il dialogo si traduca in esplicita e definitiva sudditanza. Con chi vuole appropriarsi di un pezzo di Europa? Tra l’altro andando contro la volontà degli stessi groenlandesi. Essi si sentono solo a metà danesi, ma, se proprio devono fare una scelta, non sembrano optare per quella di diventare cittadini di serie “c” o “d” in America.

E’ comprensibile che ci si preoccupi delle conseguenze delle ennesime minacce di Trump sui dazi. Inevitabilmente destinati a colpire parti importanti dei nostri settori produttivi. Ma quando si vorrà prendere atto che oramai l’Europa è diventato il vero e principale obiettivo di Trump? Lo ha capito bene persino Putin che continua a fare la faccia truce con gli europei, ma molto ci dice del come stia cercando di trovare un bandolo della matassa per uscire dal pantano ucraino in cui si è cacciato. E dal quale non è riuscito a tirarlo fuori Trump nonostante l’incontro agostano dell’Alaska. Da un anno esatto sono passate le 24 ore che Trump diceva gli erano necessarie per far finire la guerra d’Ucraina. E c’è anzi da chiedersi se Putin abbia davvero più una qualche fiducia in Trump e non possa essere portato a rendersi conto che un’Europa subornata è certamente, sì, negli interessi del Presidente americano, ma  non è detto che collimino pienamente con quelli del Cremlino.

Tutto ci dice che la coperta si sta facendo sempre più stretta per Giorgia Meloni e che il procedere delle cose, l’innalzarsi del livello dello scontro tra le due rive dell’Atlantico, potrebbero finire per toglierle di sotto la rete di sicurezza su cui lei ha contato finora per esibirsi nelle evoluzioni più ardite.

Esiste un “fronte interno” di cui tenere conto. Lo abbiamo già detto tante volte commentando i sondaggi di opinione: Trump è il personaggio tra i meno amati dagli italiani. A questo dovrebbe stare davvero attenta la nostra Presidente del consiglio perché, nel clima che si è creato, ci vuole un nulla per far sì che le questioni internazionali finiscano per portare a sorprese “nelle urne”. Lo si sa, gli italiani sono smemorati … ma solo quando vogliono esserlo.

Giancarlo Infante

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