Dopo circa 10 anni Vladimir Putin rimetterà piede negli Stati Uniti. L’occasione sarà quella dell’incontro con Donald Trump dedicato alla questione Ucraina. Ma i due parleranno solo di quello?

Il vertice non si presenta “strano” solo per questo dubbio. Le reazione ucraine ed europee possono portare ad avallare l’ipotesi che la visita di Putin finisca per concludersi ne’ con una proposta di pace -tregua e neppure di tregua- pace. Dubbio più che legittimo dopo che si è saputo che la proposta del Presidente russo è basata sulla concessione ufficialmente acclarata della Crimea e del  Donetsk alla Russia sostanzialmente in cambio di niente. Se non di qualche area conquistata dall’armata russa nelle vicinanze di Zaporizhia e del Kherson.

Le reazioni, particolarmente veementi da parte di Zelensky non fanno sperare in una conclusione  soddisfacente dell’incontro in Alaska.

Ma questo è forse un lusso che il Presidente americano non può permettersi. Anche perché molti dei suoi Maga (Make American great again) minacciamo oramai, un giorno sì e l’altro pure, di abbandonarlo se non si rivelerà davvero il “pacificatore” che aveva promesso di essere. Così, cresce il rischio di una sorta di scissione che preoccupa non poco i repubblicani del Congresso in vista delle elezioni di midterm del prossimo anno. E così, il Vicepresidente Vance è volato nuovamente a Londra da cui si è collegato con altri leader europei. E’ probabile che si sia parlato di rovesciare i termini della questione  emersa nei contatti preparatori tra Trump e Putin. Zelensky e gli europei vogliono prima una tregua e poi l’avvio di trattative. Vance sembra si sia limitato ad dire che si sta lavorando a far partecipare in qualche modo pure il Presidente ucraino al confronto tra i due.

Così, quell’Ucraina e quell’Europa che nella idea iniziale di Trump, e in quella fissa di Putin, avrebbero dovuto subire l’intesa tra i due, provano a rientrare nel gioco dalla finestra giacché il corale sostegno a Kyev significa solo il continuare la guerra.

La Germania resta apparentemente nell’ombra, ma è evidente che sull’Ucraina Berlino si gioca il futuro del ritorno a grande potenza militare reso finalmente possibile dal grande piano di riarmo europeo per il quale il cancelliere Merz ha promesso di investire una cifra spropositata e impensabile fino a qualche tempo fa.

Quello americano potrebbe anche essere una sorta di “doppio gioco” che utilizza la fermezza di Ucraina e degli europei per trattare con Putin sempre usando la politica che tanto piace a Trump del bastone e della carota. E in questo potrebbe aiutare quell’ “altro” di cui si diceva inizialmente e che riguarda soprattutto le questioni delle sanzioni e del petrolio, entrambe di fondamentale interesse per la Russia e legate, in qualche modo l’una all’altra. Le sanzioni hanno portato ad una contrazione del Pil russo soprattutto per la parte relativa all’esportazione di prodotti energetici verso i paesi europei. E ciò ha costretto la Banca centrale russa ad adottare una politica monetaria restrittiva che sta frenando non poco la crescita del paese.

Finora, non sono state adottate ” sanzioni secondarie” e cioè quelle che potrebbero colpire la cosiddetta “flotta ombra russa” con la quale sono state esportate notevoli quantità di greggio. Ma nel frattempo è giunto il campanello d’allarme delle sanzioni introdotte da Washington a danno dell’India, proprio accusata di acquistare il petrolio russo che serve alla propria economia in forte sviluppo.

Nella politica del “bastone e della carota”, Trump potrebbe anche inserire qualche ulteriore polpetta avvelenata per gli europei sul fronte energetico. Nel senso che un accordo russo americano sul petrolio – cosa che riguarderebbe le quantità della produzione concordata e i prezzi effettivi del greggio sul mercato mondiale – potrebbe ritorcersi contro un’Europa  che fa la voce grossa sull’Ucraina mentre, al tempo stesso, ha più che mai bisogno del ritorno alle condizioni precedenti all’invasione russa.

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