Domenica si vota. E non è detto che tutto vada secondo copione. E’ vero che i voti si contano e non si pesano, ma fino ad un certo punto. Infatti, ambedue i poli mostrano rime di frattura interna tali da esigere una certa “ermeneutica” del responso elettorale, meno scontata del puro dato numerico che le urne ci consegneranno.
A cominciare dalla distribuzione del consenso tra Nord e Sud che potrebbe confermare o addirittura aggravare una polarizzazione del voto che non fa bene al Paese e forse ecciterà, più di quanto già non sia, quelle rivendicazioni della cosiddetta “autonomia differenziata” delle Regioni a guida leghista che, di fatto, ripropongono le provocazioni separatiste della Lega bossiana, non a caso rispolverata a Pontida, auspice anche il genetliaco del Senatur.

Vivremo una settimana di fuochi d’artificio, eppure quella di domenica prossima è un’occasione persa per l’Italia.
Se non altro, per almeno tre motivi. L’ anticipo elettorale costringe il Paese a pronunciarsi, se così si può dire, in corso d’opera. Se – per dirla un po’ alla putiniana – l’ “operazione speciale di ripresa e resilienza” condotta da Draghi avesse accompagnato gli italiani fino alla conclusione naturale della legislatura, avremmo avuto modo di deporre nelle urne un voto più ponderato, in un clima sicuramente conflittuale, com’è ovvio sia in ogni campagna elettorale, ma forse meno esasperato, dato che, se non altro, le forze che hanno sostenuto in Parlamento il governo di unità nazionale, avrebbero potuto rivendicare di aver adempiuto al compito, a suo tempo dettato dal Capo dello Stato.

In secondo luogo, eleggiamo un Parlamento umiliato e ferito nella sua funzione di rappresentanza. Senza che sia stato posto quel parziale rimedio che pur era stato convenuto tra 5 Stelle e PD, allora guidato da Zingaretti, in ordine al varo di una legge elettorale proporzionale. Ha prevalso l’arroganza del “vaffa” – allora e tuttora guidato, di fatto, da Grillo attraverso il “portavoce” di turno – che ha eretto l’ antipolitica a sistema, occupando non solo lo spazio del confronto politico, ma addirittura la sua forma istituzionale.

Il PD si è inopinatamente piegato ad una tale deriva e non ha avuto il coraggio, né allora né ai giorni nostri, di accettare – forse per tarde reminiscenze prodiano-uliviste – la sfida della “ proporzionale”, così d’affrontare il Paese, senza la corte dei vari satelliti che tuttora ha convocato nel cosiddetto “campo largo”. Sa di non avere una identità univoca, chiara e comprensibile, cosicché gli riesce congeniale intrupparsi in un più vasto aggregato elettorale, in cui le posizioni si intrecciano e sfumano quel tanto che basta per far sì che una sostanziale carenza di strategia, anziché un difetto, appaia una virtù.

In terzo luogo, la politica, sotto la pesante coltre di una apparente accozzaglia di contraddizioni confusive, non è consegnata alla fatale disgregazione della mera opinabilità di ogni indirizzo, ma risponde pur sempre ad una traccia di razionalità.

E’ talmente vero che avremmo avuto bisogno di una legge elettorale proporzionale che una simile istanza traspare dai comportamenti delle stesse forze che l’hanno negata. Non a caso ambedue le alleanze – chiamarle “coalizioni” sarebbe francamente troppo – sono sostanzialmente un’ipocrisia ingannevole somministrata all’elettorato.
Basti, su un versante, considerare i contrasti evidenti tra Lega e Fratelli d’Italia che la evaporazione di Forza Italia non è in grado di contenere o di mediare.

In buona sostanza, sia Salvini che la Meloni, se vogliono dar conto della loro proposta, sono costretti ad andare oltre i termini dell’alleanza avvertita come una camicia di forza, in grado di comprime le particolarità dissonanti dell’uno e dell’altro ai fini delle rispettive immagini e dei punti di effettiva convergenza.  Lo stesso accade dall’altra parte, dove il PD dichiara espressamente che, ad esempio, l’alleanza con Fratoianni ha una pura e semplice connotazione tecnica ed elettorale, ma in nessun modo prelude – contraddizione insanabile – ad una possibile corresponsabilità di governo.

Domenico Galbiati