C’è un segnale che arriva dai forzieri delle banche centrali e che, forse, meriterebbe molta più attenzione di quanta ne stia ricevendo.

La Banca centrale olandese, la De Nederlandsche Bank (DNB), ha deciso di trasferire una parte delle proprie riserve auree dagli Stati Uniti e dal Canada a Londra. Tra marzo e agosto 2026 sono state spostate circa 86 tonnellate di oro, provenienti dalle riserve custodite nei due Paesi nordamericani. L’operazione, secondo la banca centrale olandese, è stata decisa in considerazione della crescente «instabilità geopolitica» e della necessità di essere meglio preparati ad affrontare eventuali crisi. La Francia ha eseguito lo stesso percorso, ma vendendo 129 tonnellate del metallo prezioso custodite presso la Federal Reserve Bank  per acquistare una quantità equivalente di oro moderno e certificato secondo gli standard internazionali, depositandolo direttamente nei caveau di Parigi e realizzando una plusvalenza di 12,8 miliardi di euro.  

Non si tratta, dunque, di semplici operazioni contabili o logistiche. La DNB olandese spiega di aver voluto rendere il proprio oro più facilmente negoziabile e immediatamente disponibile in caso di emergenza. Londra è infatti considerata uno dei principali centri mondiali per il commercio dell’oro fisico.

La Banca centrale olandese ha anche modificato sensibilmente la distribuzione geografica delle proprie riserve. La quota custodita negli Stati Uniti e in Canada è diminuita, mentre quella detenuta nel Regno Unito è aumentata. La logica dichiarata è quella di una maggiore diversificazione dei rischi e, soprattutto, di una maggiore capacità di utilizzare rapidamente le riserve in una situazione di crisi.

È un fatto che non dovrebbe essere liquidato come una questione tecnica per specialisti dei mercati finanziari. Perché se una banca centrale di un Paese europeo, membro della NATO e dell’Unione europea, ritiene necessario rivedere la collocazione geografica di una parte significativa delle proprie riserve auree in ragione della situazione geopolitica, la domanda diventa inevitabile: e l’Italia?

Il nostro Paese possiede una delle più grandi riserve auree del mondo. La Banca d’Italia dispone complessivamente di 2.452 tonnellate di oro, collocandosi al quarto posto mondiale tra i detentori di riserve auree, dopo Stati Uniti, Germania e Fondo Monetario Internazionale.

Ma dove si trova questo enorme patrimonio? Soltanto il 44,86 per cento, pari a circa 1.100 tonnellate, è custodito in Italia, nei caveau della Banca d’Italia a Roma. Ben 1.061,5 tonnellate, il 43,29 per cento, sono negli Stati Uniti, presso la Federal Reserve Bank di New York. Altre 149,3 tonnellate si trovano in Svizzera e 141,2 nel Regno Unito. In altre parole, più della metà dell’oro italiano si trova fuori dai confini nazionali.

È una scelta che ha una sua logica storica e finanziaria. La stessa Banca d’Italia ricorda che la distribuzione internazionale delle riserve risponde anche a esigenze di diversificazione e al ruolo dei principali centri finanziari internazionali nel mercato dell’oro. Ma il mondo nel quale quelle scelte furono costruite non è necessariamente quello nel quale ci troviamo oggi.

La guerra in Europa, le tensioni internazionali, le sanzioni, le guerre commerciali, la crescente contrapposizione tra grandi potenze e la progressiva politicizzazione dei rapporti finanziari stanno cambiando anche il concetto di sicurezza delle riserve.

L’oro, del resto, non è una semplice merce. Per una banca centrale rappresenta una componente delle riserve ufficiali e contribuisce alla fiducia nella stabilità del sistema finanziario e della moneta. La Banca d’Italia sottolinea proprio questa funzione.

E allora la scelta olandese pone una questione che sarebbe ragionevole discutere anche in Italia, senza allarmismi e senza trasformarla in una battaglia politica. È ancora ottimale che oltre il 55 per cento delle nostre riserve auree sia custodito all’estero?

Non significa necessariamente che l’oro debba essere riportato tutto in Italia. Sarebbe una conclusione troppo semplicistica. La diversificazione geografica può avere una funzione di sicurezza e di liquidità e Londra, New York e Zurigo sono piazze fondamentali per il mercato internazionale dell’oro.

Ma proprio perché il contesto geopolitico è cambiato, potrebbe essere arrivato il momento di riesaminare quella distribuzione. La domanda potrebbe essere quindi più precisa: quanto oro italiano deve essere custodito all’estero e quanto dovrebbe invece essere direttamente disponibile sul territorio nazionale?

L’Olanda ha scelto di spostare 86 tonnellate. Non ha rimpatriato tutto il proprio oro. Ha semplicemente ritenuto opportuno modificare la distribuzione delle proprie riserve per aumentare la capacità di reagire a una crisi. È questo, probabilmente, il punto più interessante della vicenda. Non si tratta di scegliere tra «oro italiano» e «oro americano», tra Europa e Stati Uniti, né di mettere in discussione le alleanze internazionali. Si tratta di capire se le condizioni che hanno determinato una certa distribuzione delle riserve siano ancora quelle di oggi.

E l’Italia ha una ragione in più per porsi la domanda. Nel 2025 il valore dell’oro della Banca d’Italia è arrivato a circa 289,2 miliardi di euro, a quantità sostanzialmente invariata, grazie alla forte crescita della quotazione del metallo.

Stiamo parlando, dunque, di un patrimonio enorme. La recente legge italiana ha inoltre stabilito che, nel rispetto dei trattati europei, dell’indipendenza delle banche centrali e del divieto di finanziamento monetario, le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono al Popolo italiano.

Proprio per questo sarebbe forse utile che la questione uscisse dai caveau e diventasse una questione pubblica. Non per chiedere alla Banca d’Italia di seguire automaticamente l’esempio olandese. E nemmeno per suggerire che custodire oro a New York o a Londra significhi, di per sé, correre un pericolo. Ma per chiedersi se, nell’attuale situazione internazionale, la distribuzione delle nostre riserve sia ancora quella più prudente.

Se l’Olanda ha ritenuto necessario ripensare la collocazione di una parte del proprio oro per essere più preparata a una crisi, perché l’Italia non dovrebbe almeno porsi la stessa domanda? La risposta spetta naturalmente alla Banca d’Italia, nell’ambito delle sue competenze e della sua indipendenza. Ma una discussione trasparente sulle ragioni della distribuzione geografica delle riserve auree italiane sarebbe, oggi, tutt’altro che fuori luogo.

Perché in tempi normali conta soprattutto quanto oro possiedi. In tempi incerti può diventare altrettanto importante dove lo possiedi.

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