La presenza a Roma di un milione di giovani convenuti a Roma per il Giubileo della gioventù ha lanciato un forte messaggio per la pace in sintonia con le parole di papa Leone XIV e con la predicazione del suo predecessore. Credo spetti ad ognuno (individui, gruppi, entità politiche) non lasciarlo cadere. Ognuno con le proprie capacità e responsabilità: individui e gruppi con la preghiera, azioni dimostrative e aiuti materiali per chi soffre le conseguenze delle guerre; entità politiche con i poteri concreti di cui dispongono. Il Vaticano svolgerà la sua azione discreta ma costante di facilitatore del difficile dialogo tra le parti in guerra.

L’Unione Europea è chiamata ad assumersi le sue alte responsabilità in questo momento ed è particolarmente titolata a farlo per più di un motivo. Per la sua natura è una realtà pacifica, sviluppatasi e allargatasi nel tempo attraverso processi consensuali e rifuggenti dalla violenza. Una realtà che per prosperare ha bisogno di un ambiente internazionale cooperativo e regolato da norme di diritto.

Di fronte ad attori che invece privilegiano apertamente la guerra e la violenza come strumenti di affermazione propria e di risoluzione dei problemi (la Russia di Putin, la realtà terroristica di Hamas, l’Israele di Netanyhau) o le sostengono indirettamente (la Cina di Xi Jinping); di fronte a chi, come fanno oggi gli Stati Uniti di Trump, vuole imporre la logica del più forte che assoggetta alle proprie convenienze unilaterali gli interessi degli altri stati calpestando la logica della giustizia, l’Unione Europea deve avere il coraggio e l’ambizione di presentare sulla scena globale un modello diverso. Un modello per cui la pace non può prescindere dalla giustizia e dalla difesa di un ordine internazionale pluralistico.

In due ambiti in particolare questa responsabilità dell’Europa è oggi drammaticamente urgente: l’Ucraina e la Palestina. Entrambe queste due aree di guerra sono direttamente rilevanti per la sicurezza dei paesi europei e sono aree dove la nuda violenza e la violazione  dei diritti fondamentali delle persone e degli stati sembrano oggi prevalere e chiamano in causa la nostra responsabilità morale.

In entrambe queste aree oggi gli Stati Uniti di Trump vogliono imporre una guida unilaterale e ispirata da logiche di scambio tra potenze nelle quali le istanze delle parti deboli sono umiliate. Per l’Europa accettare supinamente questa situazione sarebbe esiziale. Aprirebbe la strada a una pace della forza e senza giustizia ben diversa da quella che l’Europa auspica.

Sono ben note naturalmente le difficoltà che l’Unione Europea ha a muoversi in un campo, quello della politica estera e di difesa, che nel processo di integrazione è a lungo rimasto marginale anche perché l’alleanza con la superpotenza americana aveva fatto sembrare inutile sviluppare queste competenze se non in misura molto ridotta. Deve prevalere allora il pessimismo? L’Europa è destinata a essere perdente in queste partite cruciali per la pace?

A temperare questo pessimismo conviene però ricordare che in occasione di due altre e recenti crisi – quella economico-finanziaria del 2008-2013 e quella pandemica del 2020-2021 – l’Unione Europea, facendo leva sulla solidarietà comune è riuscita, seppur con una iniziale lentezza, a sviluppare strumenti innovativi e potenti per affrontare le conseguenze negative di quegli eventi. Perché di fronte alla gravità di queste nuove minacce non dovrebbe trovare anche ora la capacità di andare oltre l’esistente e far valere una voce comune forte a difesa di un nuovo ordine pacifico?

A sostegno di questa speranza bisogna anche ricordare che, se sulla questione palestinese l’Unione (nel suo insieme e con i suoi paesi membri) è stata largamente assente, sull’Ucraina ha invece già mostrato di essere capace di investire risorse finanziarie e militari ragguardevoli (ad oggi persino superiori in valore a quelle degli Stati Uniti) per respingere la aggressione russa. Certo con una capacità di coordinamento non sufficientemente adeguata (e tuttora in parte importante delegata alla sede Nato) e con notevoli disparità nel livello di impegno dei diversi paesi (con una proporzione inversa alla distanza geografica dall’Ucraina).

Si deve inoltre sottolineare che anche nella predisposizione di risorse per la difesa dell’Europa il livello di solidarietà comunitaria rimane insufficiente. Non si parte quindi da zero ma c’è molto da fare. Ma prima ancora che sulle risorse il tema è centrale quello della capacità di articolare con chiarezza strategie alternative a quelle che oggi vogliono imporre i bulli della scena internazionale (a partire da Trump).

Dai vertici della Unione Europea ci aspettiamo oggi una strategia per la pace in Europa e una per la pace nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. Per quel che riguarda la prima punto essenziale è innanzitutto assicurare la garanzia per l’Ucraina della sua piena sicurezza e della possibilità di decidere liberamente del proprio futuro.

Le questioni territoriali (e delle popolazioni coinvolte), pur nella loro enorme importanza, vengono dopo e possono essere affrontate attraverso una varietà di formule istituzionali. Questo piano di pace dovrebbe essere coraggiosamente aperto al futuro e prospettare, a chi voglia ascoltare in Russia (al di là dell’attuale leadership), che per questo paese un rapporto di collaborazione senza obiettivi egemonici con l’Unione Europea sarebbe molto più conveniente che la disastrosa ricerca di revanche imperiali di questi anni.

Per quello che riguarda la questione palestinese e di Gaza il piano europeo dovrebbe partire dalla chiamata a raccolta di tutti i principali attori in una grande assise del Mediterraneo che metta al centro sicurezza e sviluppo comuni nel rispetto dei diritti di tutte le popolazioni. Anche qui un’Europa in unità di intenti potrebbe guadagnarsi l’autorità per contribuire ad un processo di pacificazione durevole.

L’ora più buia può essere l’ora di un nuovo inizio.

Maurizio Cotta

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