Nell’intervento al Meeting di Rimini, Mario Draghi ha sostanzialmente ribadito quanto aveva già affermato – in tutt’altro contesto – lo scorso febbraio, parlando di fronte all’Assemblea del Parlamento Europeo: “Quindi, quando mi chiedete cosa sia meglio fare, cosa sia meglio fare ora, io dico: non ne ho idea, ma fate qualcosa”. In altri termini, al di là o al di sopra di ogni analisi pur brillante – afferma Draghi – ci vuole la “politica”.

Ma la politica manca. E Draghi, giustamente, segnala che non tocca a lui, per quanto se si unissero i puntini di quel che dice si farebbe almeno qualche passo avanti e dal campo delle analisi, si potrebbe approdare allo spazio della politica. Ma qui il compito spetta ad altri: ai paesi membri, attraverso gli organi istituzionali dell’ Unione.

D’altra parte, non serve un “demiurgo”. Mino Martinazzoli sosteneva che non abbiamo bisogno di un liberatore, ma piuttosto di uomini che si liberano. Vuol dire che dobbiamo diffidare di una declinazione tecnocratica – oggi si dovrebbe dire “algoritmica” – della politica fondata su una linearità di rapporti quale riscontriamo in molti fenomeni naturali e tale per cui ad una determinata causa segue un altrettanto determinato, univoco e necessario effetto.

Per quanto si possano immaginare sofisticate architetture tecniche, non si va oltre se manca l’ “intenzionalità” della politica. Quest’ ultima, infatti, è quella dimensione che esige consenso, partecipazione, condivisione e concorso da parte di coloro che non sono mai solo i destinatari passivi di determinati indirizzi. Bisognerebbe, anzi, aprire una parentesi per esaminare in quale misura l’ involuzione tecnocratica del discorso pubblico nuoccia alla vitalità dei sistemi istituzionali liberal-democratici.

Che l’Europa non conti, sia marginale e spettatrice, purtroppo, è una convinzione comune, anzi una constatazione che anche l’uomo della strada condivide con Mario Draghi. Così l’avvertenza di cosa significhi l’irrompere di Trump su una scena internazionale già scossa e compromessa dalle guerre di Kiev e di Gaza.

Insomma, la palla torna pur sempre nel campo della politica ed evitare che cada e poi schiacciarla a terra dall’altra parte, oltre le difficoltà che ci assediano, fa parte di un gioco di squadra, cui nessuno può provvedere da solo.

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