Quelli del Governo italiano continuano a vagheggiare la possibilità che si svolgano a Roma le trattative di pace tra Russia ed Ucraina.
Non è la prima volta che gli atteggiamenti romani fanno ripensare un po’ a gran parte della storia della classe dirigente d’Italia, sin dalla sua nascita. Paese che da subito ha aspirato a fare la parte di ciò che è da considerare “grande”. Cosa subito smentita dalle prime sortire coloniali in Etiopia. Poi per la pessima gestione degli esiti della Prima guerra mondiale con il patetico abbandono della Conferenza di Versailles, e il ritorno inglorioso e improduttivo, del Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, e del Ministro degli esteri Sydney Sonnino. Da lì, nacque la retorica della “vittoria mutilata”. E la conferma che i nostri gruppi dirigenti non hanno molto spesso saputo misurare bene peso e obiettivi dei passi che l’Italia poteva permettersi.
Il nostro populismo, ma anche una certa mania di grandezza accompagnata da profondi complessi d’inferiorità, vengono da lontano.
E la questione della “grandezza” dell’Italia e quella del suo tornare al “centro” della politica mondiale sono di nuovo considerati vitali nelle vicende dei nostri giorni. Utilizzate per rimanere sulla scia spumeggiante, e quindi inconsistente, della propaganda e della comunicazione a buon mercato non aiutano affatto e non servono. Se non ad urtare alleati e ad insospettire quelli che tali non sono.
Ora, Giorgia Meloni ed Antonio Tajani muoiono dalla voglia di offrire Roma come possibile luogo in cui aprire un possibile tavolo delle trattative. Eppure, il conflitto d’Ucraina sappiamo quanto si tratti di storia complessa che ha molto altro per non poter essere definito solo un fatto di guerra (CLICCA QUI). E la logica vorrebbe che prima di fare della propaganda facile e di bassa lega- su cui del resto non sono mancati gli altolà ripetuti da Mosca che non considera affatto l’Italia adatta a svolgere un ruolo di mediazione, oltre che un sostanziale disinteresse da parte di Zelensky – bisognerebbe ben misurare cosa un aspirante mediatore sia in grado di mettere sul tavolo per convincere entrambe le parti per farsi assegnare un tale ruolo.
Sembrano commenti del tutto surreali, ma necessari ed utili ad interrogarsi sulla qualità di quelli che in questo momento occupano le poltrone del nostro Governo e da cui, volenti e nolenti, dipende il nostro futuro. Ecco, noi avremmo bisogno di meno impeti propagandistici e di più efficaci analisi su come e dove stia andando il mondo. Forse, senza inseguire manie di grandezze, potremmo essere davvero più capaci di portare un adeguato contributo agli altri e a noi stessi. ![]()