Il discorso per la richiesta della fiducia, largamente ottenuta, che il Presidente Draghi  ha svolto in Parlamento contiene, come già ho detto, importanti e significativi  riferimenti al problema educativo e scolastico, della formazione, che il Presidente ha inquadrato definendola transizione culturale; importante, secondo me, tanto quanto la transizione energetica, della quale, anzi, la transizione culturale è elemento  basico costitutivo.

Giustamente Draghi ha incorniciato tale transizione -transizione, non rivoluzione- “ …nel patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale …”, sul quale edificare una cultura che coniughi le competenze umanistiche con quelle  scientifiche e del multilinguismo, inserendo nuove materie  e metodologie nell’insegnamento. Poi il Presidente ha anche evidenziato la necessità di sviluppo ed adeguamento degli Istituti Tecnici, al fine di formare soggetti in possesso delle competenze ed abilità richieste dallo sviluppo sostenibile; questo meriterà una specifica riflessione.

Come corollario della prospettiva indicata Draghi ha detto che: “…è necessario  investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni…“; anche su questo ritengo necessarie ulteriori riflessioni.

Come si vede un impegno di grande rilievo poiché si tratta di ri-costruire l’identità culturale basandosi sulle Carte Internazionale dei Diritti dell’Uomo  e del Fanciullo  e sulla Costituzione Europea, oltre che, ovviamente, sulla  nostra Costituzione; una ri-costruzione che, per tutto l’Occidente, si fonda sui  valori etici del cristianesimo.

Solo dando alle nuove generazioni una chiara identificazione nei valori etici, propri della democrazia,  potremo superare il banale meticciato identitario nel quale il permissivismo consumistico e superficiale ci ha posto da qualche decennio. I risultati educativi si otterranno, oltre che investendo sui docenti, investendo sulla famiglia, che è anch’essa fra i valori fondanti di ogni società.

La formazione dei docenti deve rispondere alla domande delle nuove generazioni, ha inoltre detto il Presidente Draghi. Ebbene cosa chiedono, magari implicitamente  le nuove generazioni? Direi che chiedono il diritto di apprendere che, non ho dubbi, è costitutivo dell’identità della cittadina e del cittadino della “transizione culturale”,  di cui parla il presidente.

Tale diritto è anche parte fondante del diritto allo studio, che vede come dovere conseguente l’obbligo scolastico. Credo che il diritto di apprendere richieda qualche specifica riflessione.

Se gli scolari e gli studenti assolvono l’obbligo scolastico, viene anche garantito il progresso negli studi, ma il loro apprendimento è carente, come si evince dalle graduatorie internazionali delle performance studentesche, ciò significa che viene loro garantita solo la frequenza scolastica ma non il diritto ad apprendere, diritto di cui poco si parla, che è collegato fortemente alla questione della professionalità docente e dell’organizzazione scolastica.

Non tutti gli scolari e studenti apprendono in maniera adeguata, non facciamoci ingannare da voti alti, da percentuali altissime di promossi … questi sono un modo per non vedere il problema delle carenze negli apprendimenti.

Il grande psicopedagogista -insuperato- Jerome Bruner afferma che “tutti possono apprendere tutto, purché l’insegnamento avvenga in maniera chiara e onesta”, laddove il chiara sta a significare il rispetto delle modalità e dei ritmi  dell’apprendimento di ciascun alunno e laddove l’onesta sta a significare il rispetto dell’oggettività dei contenuti del sapere.

La nostra scuola, la professionalità docente, sono adeguate per rispettare le modalità di apprendimento di ciascun individuo? Direi di no, sia per il fatto che la Scuola è organizzata in classi omogenee per età – l’anno solare di nascita, che però è di dodici mesi  –   e per il fatto che  l’insegnamento avviene fondamentalmente nella sequenza trasmissiva “parlante” – il docente -, “recepente” – l’alunno.

Tale sequenza “copre”, solo in piccola  parte, le modalità d’apprendimento  che, sempre per dirla con il Bruner, possiamo indicare di “mano destra”. Non rispetta le modalità di apprendimento  che sono innescate dall’intelligenza operativa, manuale; da quella emotiva, dalla creatività.

Pierino apprende giocando, Gianni ascoltando, Mario facendo … Benedetta con emozione … Carmen cantando … tutti facendo qualcosa insieme …  A ciò si aggiungano, specie nelle situazioni multietniche,  “archetipi” culturali diversi dai nostri prevalenti.

Le modalità personali di apprendimento possono trovare adeguata risposta solo se  il “gruppo classe orizzontale” si apre e struttura in “gruppo orizzontali specifici”,  in “gruppi verticali”, aperti per età e modalità operativa. Questo comporta una professionalità docente, non mi stancherò di dirlo, orientata al team teaching ed alla capacità di integrazione multidisciplinare e la trasformazione dell’aula in laboratorio, del cortile in orto …del mondo esterno in scuola aperta …

Una Scuola, quindi, in cui l’integrazione con il mondo “esterno”, specie della famiglia e del lavoro, sia costante; una Scuola effettivamente autonoma; una Scuola che oltre a “trasmettere” cultura “produca” cultura … Sono tutte questioni su cui c’ è molto da dire e da fare  … per le quali occorre una transizione  culturale.

Auguro al nuovo ministro della P.I., prof. Bianchi, di poter mettere mano, fra le tante emergenze, anche a questa.

Roberto  Leoni