Con la legge di stabilità (in passato legge finanziaria) e quella di bilancio, il primo atto importante del nuovo Governo, cominciano a rendersi più manifesti orientamenti, ripensamenti, e problemi di questa nuova maggioranza. La manovra finanziaria è una importante cartina di tornasole sia per la posizione del Governo nel contesto dell’Unione Europea sia per i suoi orientamenti di politiche nazionali.

Quanto al primo aspetto, se guardiamo al quadro complessivo della manovra finanziaria targata Meloni, la cifra fondamentale è quella della prudenza, sulla scia del Governo Draghi. Non a caso questa linea riceve l’approvazione della Commissione Europea e quindi salvaguarda uno dei fronti cruciali sui quali si muove il governo. Il realismo su questo fronte, di importanza fondamentale per il nostro paese, si è manifestato anche su alcuni dettagli di non grande rilevanza sistemica, ma simbolicamente significativi, come con la marcia indietro sulla questione dei limiti all’uso dei pagamenti elettronici.

Una bandierina a lungo  sventolata nelle settimane passate è stata prontamente ripiegata. Su questioni ben più importanti il Governo Meloni è stato chiaro sin dall’inizio rimanendo saldamente collocato all’interno della posizione europea di sostegno anche militare all’Ucraina e attivamente impegnato nella maggioranza dei paesi UE che sono riusciti a varare il price cap sul gas. Così come è continuata l’azione del nostro governo per affrontare più seriamente in sede comunitaria la questione dei migranti irregolari.

L’imbarazzo della maggioranza sulla ratifica del trattato di riforma del Meccanismo Europeo di Solidarietà (MES) rivela invece la persistenza di qualche difficoltà nel liberarsi da vecchie posizioni di “sovranismo” esibite negli anni passati. Nel complesso però sembra emergere nel capo del governo il riconoscimento che le battaglie importanti per il paese si fanno “in” Europa e non “contro” l’Europa, non da soli ma all’interno di ampie coalizioni. L’Ungheria di Orban non è proprio il modello che ci serve.

Sul fronte interno, il quadro è più variegato e con non poche incertezze. Da un lato, anche qui c’è una linea di prudente realismo; poiché le risorse maggiori devono essere destinate al caro energia, non resta molto per altre iniziative capaci di rispondere alle promesse elettorali dei partiti della maggioranza. Però le limitate risorse che rimangono si distribuiscono in molteplici direzioni, e i segnali che ne derivano indicano una scarsa focalizzazione e la mancanza di un disegno capace di definire le priorità di un progetto di governo a medio termine indispensabile per un esecutivo che ha dichiarato di voler governare per cinque anni (e non “guardare ai sondaggi elettorali” come ha detto Meloni).

Così, da un lato troviamo misure come il rafforzamento dell’assegno unico per i figli, un taglio parziale del cuneo fiscale, aiuti agli investimenti delle imprese, o anche le correzioni al reddito di cittadinanza nella sua componente di inserimento nel mondo del lavoro, che in qualche modo sembrano anticipare politiche famigliari, del lavoro e dell’impresa, rispondenti ad alcuni problemi di fondo del sistema Italia. Ma dall’altro lato, troviamo misure come l’estensione della cosiddetta flat tax per le partite Iva, un intervento (poi rientrato) di condono su cartelle fiscali non pagate, l’innalzamento del tetto al contante, alcuni provvedimenti per il pensionamento anticipato, o il sostegno ai bilanci delle squadre di calcio, che indicano che alcuni grandi problemi del paese che questo governo (come i
precedenti) si troverà di fronte – una riforma complessiva di un sistema fiscale sempre più frastagliato e meno equo, la sostenibilità del sistema pensionistico, i costi del sistema sanitario, il crescente divario tra Sud e Nord, per citare solo i maggiori – non sembrano ancora essere entrati nel radar di questo governo.

Qualche giustificazione il governo la può addurre per i tempi molto ristretti di questa manovra. Ma già i prossimi mesi ci diranno se questo governo che si ripromette di governare per cinque anni ha la capacità (anche culturale) e la voglia di cimentarsi con i grandi problemi del paese o invece rimane succube delle spinte particolaristiche e di
retroguardia che si manifestano all’interno della sua stessa maggioranza.

Quanto all’opposizione, anzi alle opposizioni, non sembrano in grado al momento e per un po’ di sfidare il governo. Il Partito Democratico tra le opposizioni si trova nella situazione più difficile, esposto come è a una concorrenza bilaterale da parte dei Cinquestelle e del Terzo Polo su temi di non poca rilevanza per il partito come la posizione in merito alla guerra in Ucraina e al reddito di cittadinanza.

Da un lato i Cinquestelle, forti di un insperato recupero elettorale, sventolano le bandiere della lotta alla povertà e della pace e si accreditano la difesa intransigente del reddito di cittadinanza contro le riforme proposte dal governo e una posizione pacifista e “diplomatica” sulla guerra Russia-Ucraina. Dall’altro lato, il Terzo Polo critica il carattere meramente assistenziale del reddito di cittadinanza e sposa la linea euroatlantica di solidarietà all’Ucraina invasa. Il PD che deve rinnovare la propria leadership e identità si trova quindi sfidato da “sinistra” e da “destra”. Una alleanza che unisca tutte le forze di opposizione per sfidare il governo è quindi al momento implausibile, a meno di errori gravi della leadership di governo.

Maurizio Cotta