L’ astensione dal voto ha raggiunto un livello tale da mettere seriamente in discussione l’effettiva rappresentatività
di molti livelli istituzionali e, quindi, in un certo senso, la loro piena legittimità politica e democratica. Assistiamo, di fatto, ad un sostanziale restringimento delle basi popolari dello Stato. Per comprendere se e come si possa porre rimedio, si dovrebbe risalire alle ragioni di fondo per cui questo avviene.
In ultima analisi, la crisi della democrazia è dovuta, in primo luogo, ad una metamorfosi del potere o dei poteri che reggono le cose del mondo. Una vera e propria mutazione sostanziale , ontologica. Il potere emigra dalla sovranità dei popoli e delle nazioni verso la sovranità strutturalmente sovraordinata della tecnica, dell’ economia e della finanza, della comunicazione.
Ci stiamo allontanando dalle forme di un potere incardinato in un sistema “aperto”, effettivamente democratico, libero e partecipato, capace di apprendere induttivamente dalle esperienze fatte sul campo e, dunque, elastico, perennemente “in fieri”, in definitiva ispirato alla libertà, alla capacità critica, alla responsabilità ed al valore umano della persona e delle costellazioni sociali in cui prende forma la sua vita di relazione. Avanzano forme di potere che danno luogo ad un sistema “chiuso”, fondato su assiomi, dai quali si può solo dedurre meccanicamente proposizioni o teoremi, di fatto, già contenuti nelle pieghe dei presupposti stabiliti a monte. Quindi, per definizione incapace di interpretare ciò che di nuovo compare, incatenato ad ideologie esauste, il nazional – sovranismo da una parte, la cultura radicale e massimalista dall’ altra.
In altri termini, stiamo passando da una concezione popolare della politica ad una concezione tecnocratica, che rischia di vincerla facilmente sulla prima, in un contesto di crescente complessità e di globalizzazione. Se si volesse ricorrere ad una metafora di carattere scientifico, si potrebbe dire che molti fenomeni sociali dei giorni nostri non sono più “lineari”, cioè riconducibili ad una sequenza causa-effetto, non facile da esplorare, ma pur sempre accessibile e, in qualche misura, riconducibile ad un ragionevole e prevedibile sviluppo dei suoi esiti. Mostrano, piuttosto, il carattere di fenomeni “non-lineari”.
Si tratta, cioè, di processi “dissipativi” che vengono contemplati nella cornice del cosiddetto “caos deterministico”.
Dissipativi, perché le dinamiche interne al sistema considerato lo surriscaldavano e ne trasformano l’energia meccanica in calore che si disperde nell’ ambiente. Con il che, smarrito l’ordinato sviluppo delle relazioni che lo costituiscono, gettano il sistema in esame in una situazione caotica.
Siamo nell’ ambito di processi per i quali uno scarto quasi impercettibile delle condizioni iniziali da cui prende il via la dinamica del sistema, danno luogo ad un ventaglio talmente ampio e disarticolato di esiti possibili, da rendere assolutamente “impredicibile” il loro approdo conclusivo. Senonché, anziché lasciare che il sistema sprofondi in una progressiva e terminale entropia, ad un certo punto, in modo inatteso, sorprendente, non prevedibile e tuttora misterioso, compare un cosiddetto “attrattore”, cioè un punto focale che chiama a sé i movimenti caotici, dunque privi di senso, interni al sistema e li riordina, asservendoli alla sua dinamica.
E’ come se, in condizioni estreme, dalle viscere della realtà profonda emergesse un ordine più intimo di relazioni che ne impedisca il collasso. Si va oltre la metafora, eppure una lettura del genere non è affatto peregrina. Pare che, nelle ultime fasi della sua vita, prima dell’ improvvisa e tuttora misteriosa comparsa, Ettore Majorana – il giovane fisico siciliano che Enrico Fermi sosteneva essere un genio all’altezza di Einstein – lavorasse, appunto, attorno a questa misteriosa corrispondenza tra fenomeni fisici e fenomeni sociali. Probabilmente, su quel crinale delicato laddove si incontrano fisica e filosofia, cercava di comprendere a quale livello di profondità si nascondessero le simmetrie che reggono l’ impianto e l’ architettura di tutto ciò che è reale, così da dar conto delle analogie, a loro volta categoria conoscitiva privilegiata da Tommaso d’Aquino.
Ritornando al nostro caso, possono fungere da “attrattori” la tecnica oppure la finanza o altrimenti, ad esempio, la comunicazione o altri punti focali ancora. Ciascuno dei quali riordina sì – da qui il “determinismo” – il “caos” ingovernabile in cui il sistema sociale è caduto, ma assoggettandolo alla sua logica, che, in ogni caso – attraverso pericolosi processi di semplificazione – si sovrappone alle dinamiche ed alla realtà viva di quel certo contesto civile, tradisce il pluralismo di cui è ricco, lo deforma, lo configura nelle forme apodittiche della sua specifica postura ideologica.
Pensavamo di esserci liberati dall’ossessione delle vetuste ideologie che abbiamo ereditato dall’ 800 ed, invece, le ideologie tornano, in forme più suadenti, ma non meno vischiose ed ancora una volta cercano di assorbire a sé le nostre libere facoltà di pensiero. Che cosa fare, dunque? Anzitutto, evitare che il sistema complessivo delle relazioni culturali, sociali e politiche vada “a massa” e si surriscaldi, perché è da lì che prende avvio la dissipazione ed il degrado.
L’ insieme delle relazioni di cui sopra deve respirare, mantenere la freschezza di un’articolazione plurale ed aperta che, a sua volta, può essere garantita solo dalla libera ed attiva partecipazione di ognuno ad un discorso pubblico fondato sulla responsabilità singolare, critica, autonoma e consapevole della persona. Solo così’ si evita il caos che, al contrario, il fatidico “uomo solo al comando” genera, per quanto, di fatto, reprimendolo, lo nasconda all’immediata evidenza.
Domenico Galbiati