A poco più di tre anni dall’insediamento del Governo Meloni, il bilancio per il Mezzogiorno impone una riflessione che vada oltre la solita e inutile propaganda. Nel 2022 il centrodestra si presentò agli elettori del Sud promettendo una “stagione nuova”. Più lavoro stabile, stop all’emigrazione giovanile, rilancio delle aree interne, utilizzo pieno ed efficace delle risorse del PNRR e, soprattutto, una rinnovata centralità del Mezzogiorno nelle politiche nazionali. Oggi, alla fine di un altro anno complesso, il quadro che emerge appare tutt’altro che rassicurante. Qualche segnale positivo esiste, ma è insufficiente a compensare un senso diffuso di occasioni mancate e promesse rimaste sulla carta.
Demografia, spopolamento e giovani senza prospettive
Demografia, spopolamento e giovani senza prospettive restano le vere grandi emergenze che continuano a impoverire il nostro Sud. L’inverno demografico morde il Mezzogiorno più che il resto del Paese: le nascite calano in modo costante, i giovani continuano a emigrare e interi territori si svuotano, con effetti devastanti sui servizi, sulla scuola e sulla tenuta sociale delle comunità locali. Le politiche nazionali sulla famiglia e sulla natalità, pur annunciate come prioritarie, non hanno prodotto finora un’inversione di tendenza significativa, soprattutto in quelle aree dove l’assenza di lavoro stabile e qualificato rende ogni progetto di vita estremamente fragile. La fuga dei cervelli non è stata arrestata: laureati e diplomati continuano a cercare altrove opportunità che il Sud non riesce a offrire. E con loro se ne va una parte decisiva del futuro del nostro Paese.
Ceto medio in affanno e ascensore sociale fermo
Un altro dato strutturale riguarda il progressivo impoverimento del ceto medio meridionale. Famiglie che per decenni hanno investito sull’istruzione dei figli oggi vedono ridursi drasticamente gli sbocchi professionali. L’ascensore sociale, che aveva funzionato così bene nella prima repubblica, appare ormai bloccato. Le politiche di sostegno al reddito sono state ridimensionate senza essere accompagnate da una strategia solida di creazione di lavoro qualificato, innovazione e valorizzazione del capitale umano. Il risultato è una diffusa insicurezza sociale che colpisce soprattutto giovani, liberi professionisti e piccoli imprenditori del Sud. Sul fronte industriale e produttivo, il Mezzogiorno continua a rappresentare l’anello debole del sistema Paese. Il caso dell’ex Ilva resta una ferita aperta, simbolo di una gestione incerta che tiene insieme occupazione, ambiente e sviluppo senza riuscire a trovare una soluzione strutturale. Anche il comparto dell’Automotive vive una fase critica, con ricadute pesanti sugli stabilimenti e sull’indotto meridionale. Le Zes, Zone Economiche Speciali, presentate in campagna elettorale come uno strumento decisivo per attrarre investimenti, non hanno ancora espresso il potenziale annunciato, anche a causa di ritardi amministrativi e di una governance poco incisiva ed efficace.
Un bilancio non proprio entusiasmante
Al di fuori del turismo, che in alcune aree ha mostrato segnali di vitalità ma spesso legati a dinamiche stagionali e poco strutturate, commercio, agricoltura e servizi non hanno beneficiato di un vero rilancio. Le risorse del PNRR, che avrebbero dovuto rappresentare una svolta storica per il Sud, procedono con lentezze e difficoltà, rischiando di non incidere realmente sul divario territoriale. Senza investimenti mirati, infrastrutture moderne, politiche industriali e una visione di lungo periodo, il Mezzogiorno resta ai margini delle grandi trasformazioni economiche e tecnologiche. Il bilancio di fine anno, dunque, è fatto sì di alcune luci, ma anche di tante ombre, persistenti e diffuse. Morale della favola: al Sud non servono annunci o slogan, ma una strategia coerente e duratura. E alle nuove generazioni meridionali non bastano più le solite promesse elettorali. I giovani, che siano promesse di destra o di sinistra, non si fidano più. Al contrario chiedono allo Stato, alle Regioni e al Governo un cambio di rotta credibile e soprattutto una prospettiva professionale meno precaria e più dignitosa per il loro futuro.
Michele Rutigliano