“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. All’angosciante domanda di Nanni Moretti, Giorgia Meloni ha risposto scegliendo la terza ipotesi e non si è presentata a Davos.

Ai suoi, e forse anche a lei, l’assenza a Davos sembra un colpo di genio. In realtà, quel vuoto ha fatto definitivamente volare via la tanta proclamata riconquista della “centralità” nella politica internazionale. E magari ha pensato che poteva, poi, farsi notare a Villa Doria Pamphilj dove, con il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha detto che” l’Europa deve scegliere se intende essere protagonista del suo destino o subirlo. Serve coraggio e responsabilità e trasformare le crisi in opportunità”. Sibillina affermazione che, se fatta a Davos – per il contesto in cui si è svolto l’incontro della finanza, dell’economia e della politica mondiale – l’avrebbe probabilmente fatta entrare a pieno titolo nella schiera degli anti Trump.

C’è del buono nell’assenza in Svizzera e nell’incontro con Merz? E cioè, finalmente, il riconoscimento della sua – e nostra di italiani – marginalità sulle cose che contano? Il realismo, molto spesso, è il migliore assistente nell’arte della diplomazia e nelle relazioni con il resto del mondo. Eppure, finora, avevamo solo sentito l’ambizione di rappresentare qualcosa di rilevante. E, a volte celata, a volte esplicitata, la velleità di aspirare a fare sempre e comunque da mediatori. La classica attitudine di trasformare la politica internazionale in fatto marginale di quella interna senza capire che, forse, sarebbe necessario fare il contrario.

L’assenza a Davos mostra tutti i limiti strutturali della politica di Giorgia Meloni e, diciamocelo, anche quelli suoi personali. O, almeno, questa è la sensazione che prova il confronto con il “manovrare” – talvolta anche in modo ardito – di personaggi come De Gasperi, Moro, Fanfani, Andreotti e Craxi. L’errore dell’assenza, di non aver avuto il coraggio di anticipare a Davos quanto profferito alla Villa dei Pamphilj – salvo attendersi i soliti atteggiamenti antieuropei, come in fondo si può ritenere sia stato anche quello di farsi immortalare alla corte di Viktor Orban, e per di più immischiandosi con il partito dei “patrioti” che non è il suo – è sicuramente frutto delle criticità di una situazione in cui è facile uscire stritolarti da quella strettissima morsa attivata dalla feroce contrapposizione tra Donald Trump, sua alleato, e l’Europa, pochissimo amata, ma tanto importante per le nostre sorti.

A Giorgia Meloni non sfugge certo che del gradimento degli italiani per Trump è rimasto proprio un rimasuglio. Sa benissimo che con quest’anno è finita la pacchia del Pnrr, sola cosa che ha consentito a lei e a Giorgetti di tenere in ordine i conti dello Stato. Sa dunque, altrettanto benissimo, che se, soprattutto, vuol far diventare la prossima legge di Bilancio 2026 una elargizione elettorale per il 2027 non può che affidarsi all’Europa affinché su questo chiuda un occhio.

Tutto ci dice che il momento di scelte strategiche si avvicina. E Matteo Salvini incombe senza darle tregua alcuna.

Adesso c’è il rischio di abbandonarsi ad un paragone ardito. Perché si potrebbe  quasi equiparare la situazione in cui è stretta Giorgia Meloni con quella di Enrico Berlinguer allorquando le sue posizioni lo fecero finire sotto la scure del Partito comunista russo che minacciava di fargli una scissione. Cosa per cui Cossutta era più che pronto. Berlinguer , dopo la morte di Aldo Moro, ebbe paura. Prese a pretesto il cattivo esito delle elezioni comunali di Castellamare di Stabia per ritirarsi e rinunciare a mettere tutt’altro vento nelle vele. L’agitare la cosiddetta “questione morale” dette un altro po’ di respiro al Pci, ma, poi, i nodi giunsero al pettine. E sarà quello che potrebbe accadere a Giorgia Meloni visto che con Donald Trump si torna sempre all’inizio, ma trovando ogni volta un’Europa sempre più determinata a difendersi?

Giancarlo Infante

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