La commissaria agli Affari interni della Ue, Ylva Johansson, annuncia quel che sembra un deciso cambio di passo dell’Unione sulla questione dei migranti che, partendo da Libia e Tunisia, attraversano il Mediterraneo e si dirigono, spesso giungendo sulle coste italiane, verso l’Europa. Sbocco positivo di quella lunga stagione durante la quale l’Italia si è sentita a lungo sola ed ha faticato persino ad ottenere che, in tempi celeri, si giungesse ad una adeguata redistribuzione dei richiedenti asilo?

Nonostante le dichiarazioni della commissaria Johansson, siamo costretti a porci la domanda se sia più opportuno credere nell’ottimismo della volontà o abbandonarci al pessimismo dell’intelligenza. Un dubbio più che legittimo se si sta alla denuncia di Dunja Mijatovic, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, secondo la quale ” i Paesi Ue non tutelano più i rifugiati”( CLICCA QUI ).

Le mancanze europee in materia sono già state ampiamente valutate dal Parlamento europeo, e non da ieri, con la sottolineatura di “una serie di carenze e lacune delle politiche dell’UE in materia di asilo, frontiere esterne e migrazione ( CLICCA QUI )”.

Così, se la dichiarazione della Johansson trova eco anche nelle dichiarazioni della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a sostegno di  “una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e ripristinare quella dei cittadini nella nostra capacità di gestire i flussi migratori come Unione”, non è detto che tutto possa essere dato già per fatto. Di sicuro non lo si raggiungerà se non ci sarà un pieno coinvolgimento da parte di tanti governi, anche da parte di quello dell’Italia.

Spicca, infatti, quello che si può considerare, nella sostanza, il superamento dello scellerato Trattato di Dublino del 1992 a causa del quale gran parte del peso dell’arrivo dei migranti finisce per gravare sul primo paese di approdo. Oggi si parla, finalmente e in maniera esplicita, di predisporre “un sistema obbligatorio” di redistribuzione. Ma il riferimento al pessimismo dell’intelligenza scatta obbligatoriamente, giacché bisognerà verificare la disponibilità da parte dei paesi dell’Europa centro-orientale, quelli di Visegrad per intenderci, dei baltici e della nostra prossima vicina Austria.

Si avvieranno, insomma, se non sono già in atto, trattative lunghe e complesse. Facilitate, forse, dall’idea di un rafforzamento delle frontiere esterne comuni e, quindi, della proposta che sia la stessa Ue a gestire l’identificazione dei migranti e le loro domande di asilo.

La UE da tempo si è posta il problema di affrontare le “cause profonde” della migrazione irregolare, così come quelli del miglioramento del sistema dei rimpatri e del contrasto al traffico dei migranti. E’ evidente, però, che le “cause profonde” stanno all’interno di grandi processi, sicuramente da definire epocali, innescati dalla globalizzazione. Quelli che  hanno fatto divenire ancora più evidenti i disequilibri e le diseguaglianze economiche e sociali e l’incomparabilità tra tanti modelli di vita e, dunque, spiegare grandi trasferimenti di popolazioni già giustificati da fenomeni naturali come la siccità e la desertificazione e da crisi e conflitti armati, in molti casi spiegabili solo per il controllo delle materie prime, principalmente sfruttate dai paesi più avanzati.

E’ vero che il grido, a volte dal sapore d’imprecazione, “aiutateli a casa loro” ha una sua logica, ma non può mancare la riflessione sulla considerazione che quel grido richiede una completa revisione dei paradigmi da cui sono discesi finora, in continuità, del resto, nel corso di svariati secoli, i rapporti e le relazioni tra i continenti più ricchi e quelli più poveri. Si tratta, allora, di comprendere, ed accettare, la constatazione che solo una ristrutturazione del sistema produttivo e degli scambi mondiali potrà contribuire all’eliminazione della maggior parte dei fenomeni migratori, oggi sollecitati anche da quella globalizzazione della conoscenza e dell’informazione che costituisce, certamente, una delle caratteristiche del mondo contemporaneo, ma che, come tutte le cose umane, porta i suoi vantaggi e i suoi svantaggi.

Per ora l’Europa può limitarsi a fare poche cose, ma le deve fare. Tra questa è da sottolineare l’intenzione dei vertici dell’Unione di condizionare tutte le collaborazioni economiche e di cooperazione con i paesi da cui partono i migranti al concreto impegno di accettare il ritorno dei loro cittadini rimpatriati perché considerati illegali o perché non si è in grado di ospitarli. Di pari passo, dovrà prendere corpo un sistema di accoglienza legale che, ad esempio, in Italia superi la cosiddetta Bossi Fini e torni a consentire la creazione di “corridoi” i quali, perché funzionali pure alle esigenze di manodopera utilizzabile, possono farci andare oltre i ragionamenti relativi ad una generica accoglienza e  metterci in condizione di affrontare adeguatamente quello sull’integrazione.

Una considerazione finale a queste che non possono che essere improvvisate riflessioni, del resto tutte da verificare nel futuro, quando davvero si avvierà una nuova politica europea nel settore, non può che portarci a considerare la necessità del recupero di un atteggiamento politico adeguato.  Quella che sembra essere una nuova attitudine europea, conferma la necessità d’impegnarsi attivamente, non di abbandonarsi a un sentimento semplicistico qual è quello che ha sempre animato il cosiddetto sovranismo italiano ed europeo. Esso si è diffuso a macchia d’olio, soprattutto a seguito della grave crisi migratoria del 2015. E’ stato, ma ancora lo è, il cavallo di battaglia per quanti hanno profuso e profondono a piene mani un’idea astratta, semplicistica  ed irrealistica sulla possibilità di contenere un fenomeno dalle immense dimensioni planetarie limitandosi a innalzare muri o schierando una flotta in mare.

La sconfitta del sovranismo in occasione delle elezioni europee dello scorso anno ha reso possibile che l’Europa intuisse la necessità di un cambio di passo. A maggior ragione oggi, più che abbandonarsi alla demagogia, è necessario un impegno tutto interno all’Europa, da rafforzare e sostenere. Anche perché questa potrebbe essere l’occasione per l’Italia di ritrovare il senso che le dovrebbe venire dall’essere l’incuneazione più profonda e naturale dell’Europa nel Mediterraneo. Protesa dunque verso quell’Africa che potrebbe rivelarsi una risorsa più che un problema, se solo vi fosse un’intuizione strategica e la capacità di darle corpo e sostanza.

Giancarlo Infante