La storia è nota, visto che ha riempito pagine e pagine di giornali e edizioni di telegiornali. E’ la questione dei migranti cui dovrebbe essere respinta la richiesta di permanenza in Italia perché provenienti dai cosiddetti “paesi sicuri”. Termini che non sempre è chiaro e nella categoria dei quali il nostro Governo inserisce pure l’Egitto -nonostante sia sia ancora nel pieno del processo per il caso del povero Regeni – ed altri in cui guerre civili, fame e situazioni politiche controverse potrebbero non meritare di finire in questa lista.

La vicenda è esplosa ancora di più dopo la bella pensata di investire molti soldi nei centri d’identificazione ed espulsione creati in Albania a proposito dei quali sono sorte altre complicazione d’ordine giudiziario ed amministrativo. Ancora tutte aperte. Al punto che quei centri sono ora addirittura abbandonati.

Tornando alla definizione dei “paesi sicuri” – sia pure mantenuta sotto silenzio dal Governo – questa sta facendo ripartire la bagarre al Tribunale di Bologna i cui giudici sono stati tra quelli che hanno chiesto chiarimenti in sede europea per decidere chi debba valutare quali siano questi paesi sicuri e quali no, dopo che la Corte europea ha stabilito due punti indigesti per Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini: un paese può essere considerato sicuro se persecuzioni, torture o altri trattamenti inumani e degradanti sono assenti in modo “generale” e “costante” e per tutta la popolazione. In ogni caso, l’ultima parola spetta al giudice nazionale, obbligato a verificare se il paese da cui proviene un migrante è davvero da considerarsi sicuro. In generale e in particolare in relazione del singolo migrante considerato.

Il prossimo 28 ottobre presso il Tribunale di Bologna è fissata l’udienza per trattare nel merito la causa precedentemente rinviata in attesa del pronunciamento della Corte europea. E convocando le parti,  il giudice ha chiesto alla commissione territoriale di Forlì-Cesena, che aveva respinto la domanda d’asilo di un migrante proveniente dal Bangladesh, le informative impiegate in fase istruttori sulla situazione socio-politica-economica di quel Paese e dunque i motivi che avevano portato alla valutazione di paese sicuro per quello asiatico del caso.

Così è emerso un nuovo aspetto fin qui rimasto nell’ombra. Cioè che, diversamente da quanto fatto in casi precedenti,  il governo non allegava le “schede paese” solitamente elaborate dalla Farnesina. Aveva promesso di produrle in seguito, ma la cosa non è avvenuta.  E c’è chi fa notare che neppure la Commissione Ue si è “dimenticata” le fonti informative necessarie che i giudici della Corte europea considerano essenziali perché le procedure basate sulle liste di paesi siano legittime. Strane dimenticanze …

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