Il vertice Nato di Ankara si è consumato all’interno di una tempesta di dichiarazioni, insulti, minacce e ripicche che hanno dato l’impressione di un’Alleanza finita sull’orlo irrimediabile della crisi. Donald Trump ha inaugurato la seconda giornata rilanciando la sua ossessione per la Groenlandia, definendo gli europei “hopeless” – dei senza speranza – attaccando la Spagna, governata da “cattiva gente”, rimproverando Francia, Germania, Italia e Regno Unito per non aver seguito gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, e dipingendo i leader iraniani come un cancro, da “tagliare via”.

Una raffica di contumelie che – mentre dimenticano la determinazione con cui Trump decise di attaccare da solo con Netanyahu l’Iran, tenendone ignari tutti gli alleati, e continuando a sostenere che non aveva bisogno di loro – ha oscurato per ore il lavoro diplomatico e fatto pensare che il vertice potesse deragliare.

La Nato resta quella di sempre, con gli stessi equilibri, gli stessi limiti e le stesse dipendenze strutturali, oltre che con le difformità di impegno, di strategie e di interessi che la rendono tanto variegata al proprio interno.

Trump può urlare, minacciare, insultare e mettere in scena la sua insofferenza verso gli alleati, ma non può cambiare la natura dell’Alleanza. Anche perché è molto probabile che il Congresso, i militari e l’apparato nell’inglese popolare. Anche perché i militari e l’apparato industriale americano non glielo permetterebbero. Gli Stati Uniti rimangono il pilastro indispensabile della Nato e la Nato un complesso e articolato sistema che non può fare a meno degli Stati Uniti. Lo dimostra il fatto che, nonostante le sue parole, Washington ha firmato insieme agli altri paesi una dichiarazione che ribadisce l’impegno “ferreo” all’Articolo 5, il cuore della difesa collettiva. Lo dimostra anche la decisione di autorizzare l’Ucraina a produrre sistemi Patriot, un passo che rafforza la capacità difensiva di Kiev e che nessun Presidente americano concederebbe se davvero volesse tirarsi fuori dall’Alleanza che, di fatto, ha inglobato anche il paese di Zelensky. Trump può lamentarsi che gli Stati Uniti spendono troppo per proteggere alleati che investono, invece, troppo poco, ma quando arriva il momento di decidere, firma ciò che la Nato – ed anche i suoi che vi sono impegnati – gli mettono davanti. E questo dice più di tutte le sue parole.

Dall’altra parte, gli europei reagiscono come sempre: aumentano la spesa militare, promettono più investimenti, parlano di una “modernizzazione dell’alleanza” e di una maggiore assunzione di responsabilità. Ma la realtà è che, almeno per ora, l’Europa non ha un’industria della difesa autonoma e sufficiente. E, quindi, mentre aumenta i bilanci militari, continua a comprare armi americane. Paradosso che si ripete da anni: più autonomia dichiarata, più dipendenza reale.

In mezzo a questo gioco di dichiarazioni e di ruoli, c’è l’Ucraina. Trump ha ridotto i fondi americani, sostenendo che “devono pagare gli europei”, ma non può davvero abbandonare Kiev. Se lo facesse, lascerebbe all’Europa il controllo politico e militare del dossier ucraino, e questo sarebbe inaccettabile per quella Washington fatta dal Dipartimento di Stato, dal Ministero della guerra, dalla Cia e da tante altre agenzie per la sicurezza. Oltre che per chi vuole le “terre rare” ucraine ed aspetta solo la fine della guerra per gettarsi sugli enormi appalti per la ricostruzione. Così, mentre il Presidente americano critica Zelensky e rimprovera gli europei, concede ciò che serve per non perdere la regia della guerra e del circo politico – economico che le gira attorno. È un equilibrio instabile, ma ad oggi appare come l’unico possibile: Trump non vuole essere il principale sostenitore dell’Ucraina, ma non può permettere che lo diventino da soli gli europei.

Alla fine, il vertice che doveva segnare una svolta si chiude con una verità semplice: non è cambiato nulla. La Nato resta un’alleanza transatlantica guidata dagli Stati Uniti, gli europei rimangono dipendenti dall’industria militare americana: l’Ucraina riceve nuovi impegni di aiuto, e la difesa collettiva viene ribadita con la stessa formula di sempre. Le esplosioni verbali di Trump, le minacce commerciali, le accuse agli alleati e le sue oscillazioni strategiche non ne hanno modificato la sostanza. L’Alleanza continua a funzionare come ha sempre funzionato: con gli Stati Uniti al centro, l’Europa che rincorre, e un Presidente americano che alterna contumelie e concessioni senza mai oltrepassare la linea che separa il “teatro” dalla realtà e, sostanzialmente, non altera ciò che è sempre stato proprio della politica globale degli Stati Uniti. Ovviamente, ci aspettiamo le future esternazioni di Trump al riguardo.

Il vertice di Ankara, dunque, non è stato il momento della verità, né la prova generale di una rottura. È stato, più semplicemente, un altro capitolo di questa convivenza turbolenta. Un gioco di “separati in casa”, dove ognuno recita la propria parte, ma nessuno può davvero uscire di scena. E così, tra un’esplosione verbale e una dichiarazione di principio, vale il detto: tanto rumore per nulla … “a bit of the do”, o se si preferisce la versione shakespeariana più colta: “Much Ado About Nothing”.

Purtroppo, non è così nei due scenari in cui si consumano guerre vere. e tanto prossimi all’Europa. Tra cui quello mediorientale vicinissimo a casa di noi italiani. In Ucraina e nel Golfo Persico continuano a volare missili e le cronache ci dicono di micidiali scontri. Trump deve sopperire con le dichiarazioni al mancato successo nell’estremo lembo orientale del Vecchio Continente perché Zelensky non concede quello che il Presidente americano aveva garantito a Putin 11 mesi fa in Alaska. Ed anzi, in qualche modo il conflitto è sempre più considerato da Mosca come una guerra in cui sono coinvolti direttamente anche alcuni paesi del nord Europa. Il prossimo allargamento potrebbe essere quello dentro i confini della Polonia con un diretto coinvolgimento dell’intera Nato ed, allora, il “rumore” potrebbe portare a qualcosa ancora più dirompente.

Sul fronte dell’Iran è evidente come l’America non riesca a risolve la triangolazione con Israele – che nel frattempo prosegue con l’occupazione del Libano e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania – e, così, si continua ad assistere ad alternate fasi di scontri e di pause che servono a non far alzare troppo il prezzo del petrolio, come invece sta accadendo in queste ore di ripresa dei bombardamenti dell’Iran.

Giancarlo Infante

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