In un momento storico così delicato come quello attuale, nel quale stiamo pagando il prezzo di un lungo periodo di pandemia che colpì, dopo la Cina, l’Italia in prima battuta a livello mondiale e mentre ci si prepara quali onesti cittadini, soprattutto contribuenti, ad affrontare le conseguenze negative del nefasto conflitto armato con un’incipiente stagnazione (leggasi, inflazione sommata a recessione), è alquanto evidente agli occhi di ciascuno che abbia un minimo di buon senso che i tanti suicidi, omicidi stradali, “femminicidi” e vittime sul luogo di lavoro sono in qualche modo l’effetto di uno stato psichico, generalmente poco equilibrato o piuttosto in difficoltà di reazione.

Dal “Governo dei migliori” – in cui resiste in modo sbalorditivo il ministro Cingolani, nonostante proteste da ogni dove (sarà la potenza di “Leonardo”?) – ci fanno arrivare notizie rassicuranti, qualcosa starebbe cambiando o almeno così ci assicurano, che cambierà ma non sarà tre volte Natale … per dirla alla Dalla: siamo in perfetta transizione, sia digitale che ecologica, evviva! Per quanto, non c’è più traccia della lotta all’evasione, degli interventi per il dissesto idrogeologico, né tanto meno di una legge elettorale in grado di produrre una certa stabilità di governo.

A proposito della transizione digitale ammetto la mia ignoranza, ma ben venga soprattutto per chi, come me, ha servito l’apparato di Governo all’insegna della trasparenza, legalità e semplificazione, impegnato giorno dopo giorno contro l’immobilismo, il formalismo di colleghi che con fare cinico si trinceravano dietro il “non possumus”, rifiutandosi puntualmente di esercitare una scelta discrezionale a favore del cittadino o di interpretare in modo estensivo un norma regolamentare o una determinata direttiva. Anche di questi aspetti, deteriori e obsoleti della burocrazia tratto nel mio libro autobiografico “Una vita nel Palazzo – reportage di un Inviato speciale”, edito da Gangemi, convinto che l’esperienza di una vita acquisita da un dirigente pubblico o meglio civil servant possa tornare molto utile ad una società in via di trasformazione e affetta da problemi atavici specialmente nel difficile rapporto tra il potere politico e la dirigenza; ognuno di noi registra, quotidianamente, ritardi o scarsa capacità comunicativa o ancora ottusità comportamentali degli uffici pubblici, lamentandoci anche per il fatto che le aspettative sarebbero ben altre in funzione delle moderne tecnologie, cui purtroppo non corrispondono spesso adeguate competenze. A mio avviso è stata sottovalutata l’importanza di una Scuola dell’Amministrazione all’altezza dei nobili compiti della selezione, della formazione e dell’aggiornamento professionale, talvolta considerandola una sorta di refugium peccatorum dove parcheggiare “personaggi in cerca d’autore”, scaricati dai vertici della RAI o dall’università e privi di specifiche competenze. Dei profili negativi della nomina di un economista al dicastero della Funzione pubblica e della negativa conduzione nel corso di quest’ultimo anno si è già detto in precedenti interventi.

La transizione ecologica ci lascia perplessi perché si sa bene donde parte, ma non si ha cognizione dove vada e neanche come. Una vecchia pubblicità commerciale diceva, più o meno, “basta il nome”, quindi dovremmo stare tranquilli per via della stessa esistenza di un Ministero: nomen omen non sta dando prove di lungimiranza, né di un disegno lineare e chiaro nella politica ambientale a vecchi ecologisti come il sottoscritto, né agli scaltri attivisti dei “Friday for future”!

Gli “stop and go” reiterati sporadicamente, la parcellizzazione del procedimento e tra gli organi decisionali (non si riesce a contare quanti siano gli osservatori, le agenzie, ecc.) e la stessa composizione elefantiaca della organizzazione ministeriale testimoniano che la bellezza e la delicatezza morfologica, ormai pure climatica, del nostro Paese richiedono maggiori impegno, competenza e passione. Gli ARPA sono praticamente privi di fondi per gestire le tante attività, manca una vera pianificazione sul territorio nazionale degli impianti da energie rinnovabili e se ne attende una definizione chiara e sostenibile in modo omogeneo: basti pensare che in Sardegna non esiste il fotovoltaico, mentre la gran parte dei parchi di energia eolica è concentrata in Puglia, ormai l’area a più elevata intensità in ambito europeo. Per non dire che si inseguono in modo penoso le grandi associazioni, politicizzate (Legambiente e WWF), ma non si riscontra alcun sostegno  alle attività delle associazioni minori; così come sono scarsi i finanziamenti per la gestione di parchi e riserve naturali, in cui sono vigenti regole e criteri di nomina troppo clientelari e di stretta osservanza partitica; ed inoltre, idem per il risanamento delle acque interne (fiumi, laghi e lagune) o peggio per la prevenzione del dissesto idrogeologico a livello nazionale.

Un terzo tipo di transizione è fortemente auspicabile, quella ecologica. Significa combattere con maggior determinazione da un lato i fenomeni di corruzione, usura e racket, traffico di influenze illecite, conflitti d’interesse, dall’altro l’evasione e l’elusione, i trasferimenti di capitali all’estero, ecc. Ma anche vigilare sull’interferenza delle organizzazioni criminali nell’utilizzo dei fondi pubblici per il “super-bonus” e poi del PNRR, approvare una buona riforma del CSM e della magistratura, sebbene dei quesiti referendari non si parli quasi per niente, reclamata anche dagli investitori stranieri da lungo tempo.

Dare risposte in tal senso vorrà dire riaffermare che l’estremo sacrificio di innumerevoli servitori dello Stato non è stato vano, che quei semi di onestà e fedeltà al giuramento pronunciato hanno generato una società, soprattutto nel retrogrado sud Italia, più civile e democraticamente matura, guardando al futuro con rinnovata speranza e fiducia verso il progresso, la giustizia e la pace sociale.

Michele Marino