Il referendum del 20 e 21 settembre 2020 per la riduzione del numero dei membri del Parlamento è avulso da un contesto complessivo di riforma dell’assetto istituzionale come disegnato dalla Costituzione. E’ necessaria un’organica valutazione di cosa va e su cosa non va nella seconda parte della Costituzione del 1948.

E’ dai tempi di Alcide De Gasperi che si discute di rivedere il funzionamento del bicameralismo. Sono state molte le iniziative di riforma negli anni passati ma nessuna ha portato a termine un progetto andato a buon fine. Il Parlamento italiano, tra il 1963 e il 2012, ha approvato 16 leggi di revisione costituzionale. Si possono distinguere diverse fasi nelle modalità con cui le forze politiche hanno tentato di modificare la costituzione.

La prima va dal 1963 al 1967. In questo periodo il Parlamento ha approvato modifiche di sistema particolarmente rilevanti, si è stabilito un numero fisso di parlamentari, è stata istituita la regione Molise ed è stata ridefinita la composizione della Corte Costituzionale.

La seconda fase, che va dal 1983 al 1998, è caratterizzata dall’istituzione di commissioni bicamerali. Queste hanno tentato, senza successo, di approvare riforme bipartisan e condivise.

La terza e ultima fase vede le diverse maggioranze approvare in maniera unilaterale diverse riforme del testo costituzionale. In questo periodo, che inizia nel 1999, sono state approvate 9 diverse leggi di modifica della costituzione. L’ultima risale al 2012.

In ogni caso, la maggior parte delle riforme approvate è di dettaglio, non si tratta infatti di grandi riforme di sistema.

Dall’inizio del secondo decennio del XXI secolo, sotto la spinta dei movimenti denominati populisti dai Cinque Stelle alla Lega, il popolo italiano è stato inondato da una spinta contro sistema fine a se stessa e di mera denuncia.  Andati al Governo, i 5S hanno barattato la tenuta della maggioranza di governo con l’appoggio dei partiti di colazione, senza avanzare un progetto sostanziali.

Tutte le riforme spot, non inserite di un quadro organico, rischiano di focalizzarsi un aspetto di retroguardia che oscura la necessità di rivedere l’Ordinamento della Repubblica. La stessa cosa vale per la battaglia semplificatoria sugli emolumenti delle cariche elettivi, che perde così la centralità di rivedere le competenze degli organi istituzionali centrali e periferici.

Appoggiare le ragioni del NO significa raccogliere sinergie per giungere ad una sintesi tra le forze politiche per riformare un modo organico la seconda parte della Costituzione.

Votare NO al referendum è una difesa della Costituzione e della rappresentanza democratica contro una proposta demagogica che, in cambio di un scarso risparmio di spesa, riduce la rappresentatività di noi cittadini nel Parlamento. Uno studio dell’Osservatorio di Carlo Cottarelli che spiega come il risparmio che se ne deriverebbe è di appena lo 0,007% della spesa pubblica.

C’è bisogno di un’autentica riforma che si inserisca in un quadro coerente di revisione istituzionale, dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale. Il referendum mina la Costituzione e la rappresentanza democratica. I partiti minori risulterebbero fortemente penalizzati, quando non totalmente esclusi dalla rappresentanza politica. Ci troveremmo di fronte a una fortissima compressione del pluralismo politico in Parlamento. C’è bisogno di una riforma accompagnata da misure tese a garantire l’equilibrio a tutela della rappresentanza, come la legge elettorale, la riduzione dei delegati regionali tra i grandi elettori per il Presidente della Repubblica e la modifica del bicameralismo perfetto.

L’appoggio al SI al referendum favorisce un progressivo svuotamento della democrazia politica a vantaggio di oligarchie sempre più ristrette, come stanno diventando i 5S che, nati come forza contro il sistema, senza progetto di riforma e solo per una politica contro, sono animati solo da battaglie di facciata, che  non incidono degli assesti amministrativi degli istituzioni.

La svolta di votare SI da parte di Zingaretti appare strumentale, quasi a rincorrere il voto di dei più che non si preoccupa di un ampio convergenza su problema istituzionale.

In questo quadro assume importanza, benché di per sé estraneo alla riforma costituzionale, anche la legge elettorale che influenza la governabilità e incide sulla rappresentanza. Per L’Italia, per ragioni storiche,  non è indicato un  sistema  elettorale che si adatta  ad un sistema politico fondamentalmente bipartitico o bipolare. Il nostro è un sistema politico caratterizzato da almeno tre grandi formazioni in grado di ottenere il 25-30% dei voti e da altre forze minori. In un simile sistema, è più necessario indurre i gruppi politici a cercare tra di loro le affinità e le differenze e a ragionare se occorre in termini di coalizioni di programma, senza puntare ad una pura competizione fra persone.

Specie nei momenti di maggiore difficoltà della società, si dovrebbero cercare prima le ragioni di possibile intesa che quelle pretestuosa contrapposizione.

Bonaventura Marino

 

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