La riflessione circa lo smarrimento della presenza politica dei cattolici nel nostro Paese si riaccende, dopo l’ esito elettorale dello scorso 25 settembre ed assume tonalità almeno in parte inedite. Come se tale argomento, in apparenza marginale nell’economia complessiva del momento, fosse, in realtà, ineludibile, cosicché inevitabilmente si ripropone, quasi sia mosso, nel particolare contesto italiano, da una intrinseca necessità storica.

Su queste pagine è stata evocata, fin dal novembre 2020, immediatamente a seguito dell’ assemblea fondativa di INSIEME, una proposta che chiamammo “sinodo politico dei cattolici” ed ora che si torna finalmente a parlarne anche da altre fonti, in un contesto del tutto differente, vale forse la pena di puntualizzare quelle che a noi parevano e tuttora sembrano essere le condizioni perché, “camminando insieme”, i credenti possano arricchire il quadro politico dell’Italia, rimettendo in campo una cultura politica ed una conseguente azione fondate su una visione cristiana della vita e sul primato della persona, inteso non solo come riferimento di ordine morale, bensì anche in quanto fattore “strategico” e necessario per la governabilità dei sistemi complessi tipici del tempo post-moderno.

Vi sono almeno quattro fattori di cui tenere conto in via preliminare. Anzitutto, la vasta e pervasiva disaffezione nei confronti della politica che da’ luogo ad un preoccupante e crescente astensionismo che sembra stia diventando, di volta in volta, un aspetto strutturale che indebolisce pericolosamente il nostro sistema di rappresentanza, già oggetto di una sorta di rappresaglia antiparlamentare da parte dei grillini.

In secondo luogo, la piena ed incontrovertibile articolazione del consenso dei cattolici sull’ intero spettro delle forze politiche in campo, tale da dover essere considerata, nel pluralismo del contesto generale del Paese, non una forma di dissipazione, ma piuttosto una attestazione di maturità critica e di autonomia di giudizio da parte dell’elettorato di area cattolica.

In terzo luogo, la crisi verticale del PD che dimostra come avesse ragione chi riteneva, fin dalle sue origini, come potesse essere nulla più che una sorta di aggregato elettorale, piuttosto che un partito nel senso classico del termine, al punto che le due grandi culture popolari che vi convergevano hanno finito per elidersi a vicenda, sguarnendo del tutto la sua capacità di rappresentanza esattamente su questo fronte, che, al contrario, sulla carta avrebbe dovuto incarnare compiutamente.

Infine, ma non ultimo, l’elemento di novità con cui dobbiamo fare i conti è dato da una destra che non solo è legittimata a governare per i prossimi cinque anni, sempre che conservi la fiducia del Parlamento, ma soprattutto aspira a stabilire quell’ egemonia culturale di cui, una volta, godeva una sinistra che l’ ha smarrita a fronte di trasformazioni che trascendono le sue categorie interpretative ossificate.

Insomma, il confronto che si profila non è solo immediatamente politico e contingente, bensì invade il più vasto orizzonte delle culture in campo, delle differenti posture antropologiche che predispongono , se così si può dire, le loro batterie per intestarsi, in un certo senso, il nostro futuro e contrassegnarlo con la propria cifra ideale.

A maggior ragione, se questa è, ben oltre la corrente legislatura, la partita, non può mancare all’appuntamento una forza che, pur innovandola a fronte delle svolte epocali che attraversano i nostri giorni, avanzi nel solco della cultura cattolico-democratica e popolare. A questo punto, la prima, inderogabile condizione, il cardine che deve reggere l’intero impianto di una rinnovata presenza politica dei cattolici è rappresentato, anzitutto, dalla loro “autonomia” e, cioè, dal superamento della trentennale dipendenza dall’ uno o dall’altro schieramento di un bipolarismo maggioritario, il quale, anziché dare vita ad una efficace ed aperta democrazia dell’ alternanza, ha compresso la dialettica democratica nella camicia di forza di una contrapposizione pregiudiziale, incapace di dar conto della ricchezza plurale di un Paese che, non a caso, la largamente disertato le urne.

Autonomia, competenza, nuova classe dirigente rappresentano il tridente preliminare e necessario a segnalare la direzione di marcia di un possibile “camminare insieme”, Il quale, ad esempio, sarebbe, per quanto ci riguarda, del tutto vano neppure immaginare se chi lo propone avesse, in vista del prossimo congresso del Partito Democratico, la riserva mentale di condurre, ancora una volta, i cattolici democratici e popolari all’approdo esiziale di una “fusione” confusiva e sterile con culture politiche “altre”.

“Autonomia”, d’altra parte, di elaborazione culturale, politico-progettuale e programmatica ancor prima che di schieramento. Ed ancora un’autonomia che certo non sia in alcun modo arroccata in un atteggiamento autoreferenziale, ma sappia articolare rapporti politici antitetici alla destra e, nel contempo, alternativi alla sinistra.
Privilegiando, sul piano del metodo, rispetto a “fusioni” destinate a far sì, nascondendole sotto il tappeto, che le differenze diventino – com’è successo al PD – paralizzanti, modalità’ di rapporto che siano, al contrario, di “coalizione”.

Quest’ ultima, infatti, come ce l’ ha insegnata De Gasperi, consente di comporre in un efficace equilibrio di collaborazione e, ad un tempo, di competizione, rapporti tra forze diverse che, anziché camuffarle, assumono con consapevole franchezza le loro differenze, cosicché attraverso quel processo di intelligente ed alta mediazione che compete alle forze politiche, diventino fattori di forza piuttosto che presupposti di una insanabile inefficacia.

Domenico Galbiati