C’è un punto che continua a emergere, ogni volta che si torna sulla strage del 2 agosto 1980: Giorgia Meloni non riesce proprio a pronunciare la parola “neofascismo”. Nemmeno davanti a una delle ferite più profonde della nostra storia repubblicana, una strage che la Giustizia — con più sentenze, attraverso decenni di depistaggi, omissioni e negazionismi — ha attribuito a esecutori neofascisti. È un dato di fatto, non un’opinione: è ciò che le sentenze hanno stabilito, e in una democrazia la “verità giudiziaria” è l’unica che vale fino a prova contraria.

Il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, almeno, ha avuto il coraggio di riconoscerlo facendo riferimento, appunto, alla “verità giudiziaria”.  Se un giorno dovessero emergere mandanti o esecutori diversi, la democrazia saprà prenderne atto. Ma questa prudenza – tutta da spiegare – non può diventare un alibi per evitare di dire ciò che oggi sappiamo.

Molta destra post‑Msi, invece, continua a mostrare una ritrosia quasi automatica quando si parla di Bologna e delle altre stragi di matrice fascista. Si mantiene in vita la diceria secondo cui le sentenze non avrebbero individuato i veri responsabili, ma questa narrazione non si è mai basata su elementi certi. È un modo per non guardare in faccia una verità che pesa: quella strage getta un disonore troppo forte su una tradizione politica che non ha mai fatto davvero i conti con il proprio passato.

Sergio Mattarella lo ha ricordato con parole che non lasciano scampo: “Il segno profondo impresso dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna è inciso nella storia repubblicana e nella coscienza degli italiani.” E ancora: “Il dolore infinito per tante vittime inermi… lo sgomento per la distruzione portata nel centro della vita civile della città e dell’intera nazione si rinnovano oggi. È una consapevolezza che riguarda la nostra comunità, i giovani anzitutto. E rilancia l’impegno a salvaguardare il futuro nei valori di libertà, giustizia, democrazia. I valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere.”

È questo il punto: non si tratta di riaprire processi, ma di riconoscere la storia. Dire le cose come sono state accertate e, quindi come stanno,  non è un atto di ostilità politica, ma un dovere verso la verità e verso le vittime. Se la democrazia deve essere difesa, lo si fa anche così: chiamando le stragi con il loro nome, senza esitazioni, senza reticenze, senza quelle riserve che da troppo tempo accompagnano la destra italiana quando si parla di Bologna.

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