Non è la prima volta e i motivi sono diversi. Come italiani sappiamo stupire quando entriamo tutti insieme in qualche classifica. Sappiamo dare i numeri in modo cosi singolare che chi deve studiarli non si annoia. L’ultima classifica di queste ore riguarda i consumi ed è stata preparata dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere. Cosa ci dice ? Che nel 2023 Milano è stata la prima città italiana per consumi pro-capite con una spesa di 30.993 euro a testa. Dietro ci sono Bolzano e Monza. Sul fronte opposto ci sono, invece, Foggia all’ultimo posto con 13.697 euro a testa, Caserta al penultimo e Agrigento al terzultimo. Dov’è che ci stupiamo ? Sul fatto che al Sud negli ultimi anni la spesa totale delle famiglie è aumentata più che in ogni altra parte. E sempre al Sud è concentrato un terzo dei consumi alimentari del Paese. A Caserta, che è penultima nella classifica generale, per esempio, i consumi alimentari sono aumentati del 27% in un anno. Un Paese disordinato, impertinente, con una bella differenza tra la spesa totale e l’incidenza della spesa per gli alimentari.Il Paese del buon cibo. Che costa, evidentemente.
Il carrello della spesa
I supermercati del Sud fanno migliori affari di quelli del Nord, allora. E gli strateghi del marketing con i numeri del Tagliacarne si stanno già strofinando le mani. Il carrello della spesa qui è più ghiotto e non ci vuole molto a capire che da Roma in giù l’inflazione ha massacrato stipendi e pensioni. Tra il 2021 e il 2023, il reddito disponibile delle famiglie italiane è cresciuto in media del 11,3%, ma l’inflazione ha toccato il 14,2%, determinando una perdita secca del potere d’acquisto. La crescita nominale del reddito al Sud è stata meno dell’11% ma se n’è accorto solo chi ha il portafoglio leggero. Diciamo anche che la circostanza che l’Istituto Tagliacarne abbia svolto una ricerca analizzando la spesa tra alimentari e non alimentari è indicativo delle disuguaglianze reali che esistono nel Paese. “Questi dati possono rappresentare un indicatore di doppia vulnerabilità per l’economia del Mezzogiorno, dove il reddito disponibile delle famiglie è inferiore di circa il 25% rispetto a quello della media nazionale e il peso dei consumi alimentari appare più consistente” spiega Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne. In 26 province meridionali su 38 l’incidenza della spesa per nutrirsi supera il 21% delle spese totali, situazione che non si verifica in nessuna altra provincia. Insomma, al Sud si sopravvive, a costo di sostenere spese fisse tra cibo, bollette e sanità, superiori al 50% dei redditi. Parola dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre.
Il Sud fa più acquisti ?
Si, stiamo dando numeri che restano fuori dall’orizzonte della politica politicante, fatta di giochi e furberie. Numeri che arrivano mentre l’Italia che può, va in vacanza e le classifiche sulle diversità le leggerà a settembre. Noi per ora diamo ragione a Gaetano Fausto Esposito, che conferma che la maggiore presenza della componente di consumi di beni alimentari è stata penalizzata dall’inflazione. Una vicenda che al Sud si “caratterizza anche per una maggiore frequenza di acquisto” aggiunge. “Da un lato i consumi in termini nominali sono stati erosi, ma dall’altro è stato eroso maggiormente il potere d’acquisto reale complessivo delle famiglie meridionali ”. Come rispondi ? Con sussidi, aiuti sulle bollette, assistenza da Pantalone ? Primun vivere, risponde la politica che storicamente studia poco, si accontenta delle news. E poi nella ricerca ci sono i dati per Regione, con cinque del Nord ad assorbire la metà dei consumi degli italiani. Lombardia prima, poi Lazio, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, tutte insieme a centrare più della metà di quel che consuma la Nazione (sic!). E Campania e Calabria laggiù in fondo, in fondo, a quell’Italia che Toto Cotugno avrebbe salutato con un ” Buongiorno Italia…con gli occhi pieni di malinconia”. Noi con lui.
Nunzio Ingiusto
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