Il cuore della nostra riflessione comune risiede in un radicale capovolgimento di prospettiva: la consapevolezza che non sia il profitto a generare valore, bensì la creazione di valore sociale e umano a generare, come naturale conseguenza, il profitto. Questo modello economico, che da tempo è oggetto del nostro studio, trova nel Terzo Settore il suo interprete privilegiato, sebbene quest’ultimo si scontri ancora con barriere strutturali significative. Come evidenziato dalle analisi del Registro Unico del Terzo Settore, gli Enti del Terzo Settore soffrono di una cronica fragilità finanziaria, dovuta non a una mancanza di progettualità, ma all’assenza di strumenti di credito dedicati. È necessario superare logiche pensate esclusivamente per le aziende for profit, dotando l’economia sociale di leve finanziarie proprie che permettano a questo comparto di crescere e consolidarsi come pilastro del sistema Paese.
Questa visione di sviluppo non può prescindere da una risoluzione profonda della questione demografica, che deve necessariamente passare attraverso la creazione di nuovo lavoro femminile e un’armonizzazione autentica dei tempi di vita. Se guardiamo alla storia italiana, i congedi obbligatori e i servizi per l’infanzia nacquero con l’intento di tutelare l’occupazione e il salario delle madri, rendendo l’Italia, tra gli anni Sessanta e Settanta, un Paese all’avanguardia. Tuttavia, quel primato è andato perduto nel momento in cui l’Europa ha abbracciato il paradigma del dual career e della “conciliazione condivisa”. Mentre il resto del continente evolveva verso un modello in cui l’uomo diventava attore protagonista della vita familiare, l’Italia è rimasta ancorata a una visione di “conciliazione” intesa come strumento per mitigare lo svantaggio della maternità.
Il risultato di questa stasi culturale e normativa è un “doppio svantaggio” che penalizza le donne su ogni fronte: da un lato la carenza di servizi sociali e congedi adeguati, dall’altro la persistenza di una divisione dei ruoli domestici profondamente iniqua. Le conseguenze sono drammatiche e si riflettono nei bassi tassi di fecondità e nei livelli insoddisfacenti di occupazione femminile. I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro sono impietosi: il venti per cento delle donne abbandona l’impiego alla nascita del primo figlio. Oltre il settanta per cento di queste rinunce è motivato dall’impossibilità di far coesistere il lavoro di cura con le richieste aziendali, segno di una strategia nazionale che non ha mai rimosso davvero gli ostacoli all’accesso e alla permanenza delle donne nel mercato del lavoro.
Il sistema degli asili nido e dei congedi parentali, pur essendo il cardine del supporto alla genitorialità, presenta criticità insostenibili. La legge istitutiva dei nidi pubblici, risalente al 1971, non è mai stata pienamente attuata, lasciando che solo il ventotto per cento dei bambini trovi posto nelle strutture, con una quota minima nel settore pubblico. Questa carenza alimenta una spirale di disuguaglianza: le famiglie con redditi più alti acquistano servizi sul mercato privato, mentre le altre sono costrette a ripiegare su part-time involontari o lavori precari per sopperire alle mancanze del welfare. Anche il congedo parentale, per come è strutturato, finisce per disincentivare la partecipazione dei padri: l’indennità ridotta e il timore di ripercussioni sulla carriera rendono la condivisione della cura un lusso per pochi. Per invertire la rotta, è indispensabile puntare su congedi paritari indennizzati al cento per cento, estendendo drasticamente il congedo di paternità, oggi fermo a soli dieci giorni.
Infine, non possiamo dimenticare come il carico della cura si estenda ben oltre l’infanzia, gravando sulle spalle delle donne anche per quanto riguarda l’assistenza agli anziani e alle persone con disabilità. L’ottanta per cento degli otto milioni e mezzo di caregiver in Italia è composto da donne, spesso in piena età lavorativa, che si muovono in un quadro normativo – come la Legge 104 – che offre tutele preziose ma parziali, non riuscendo a coprire la vastità del bisogno di una popolazione che invecchia.
È tempo di studiare seriamente l’impatto sui conti pubblici di una riforma dei congedi in senso paritario, consapevoli che questa sia l’unica via d’uscita dal lungo inverno demografico e la chiave per una società realmente equa e produttiva.
Isa Maggi