Dal 9 Agosto di questo anno, giorno delle elezioni presidenziali della Bielorussia, ogni settimana manifestazioni popolari continuano a contestare i risultati ufficiali che avevano attribuito l’80% dei voti al presidente in carica. Queste pacifiche manifestazioni, che accusano il governo di Lukashenko (al potere ininterrottamente dal 1994) di gravissimi brogli elettorali e chiedono nuove elezioni corrette, sono state guidate sin dall’inizio da un gruppo di donne tra le quali la candidata alla presidenza Sviatlana Tsikhanouskaya, che era subentrata nella corsa elettorale al marito imprigionato dal regime.

Perché dobbiamo occuparci di queste donne e solidarizzare con un paese con il quale abbiamo pochi contatti e che la maggior parte di noi conosce appena?

Ci sono due buone ragioni per farlo, anche se al momento i problemi di casa nostra sembrano sopraffarci e ci fanno distogliere lo sguardo da quello che succede nel resto del mondo.

La prima ragione è che queste manifestazioni per ristabilire la correttezza del procedimento elettorale e quindi per affermare la democrazia, sono state guidate da un gruppo di donne e hanno visto tantissime altre donne in prima fila davanti alle forze della repressione del regime in carica. Il carattere pacifico di queste manifestazioni e la costanza con la quale vengono ripetute da più di tre mesi ci indica quanto il contributo femminile alla vita politica possa anche in situazioni così difficili elevare la qualità del confronto politico. Le donne di Minsk hanno mostrato che la pazienza, la cura del bene comune, la determinazione che le donne manifestano nella vita di ogni giorno possono (e devono) diventare risorse preziose anche nella vita pubblica. Una buona lezione anche per noi!

La seconda lezione che ci viene da quanto sta succedendo in Bielorussia riguarda il cruciale tema degli equilibri politici europei. La Bielorussia, storicamente parte dell’Unione Sovietica e prima dell’impero russo, si trova oggi in quella zona di incertezza tra la Russia, che cerca di ritrovare il vecchio ruolo di potenza mondiale, e l’Europa occidentale, che con l’Unione Europea e la Nato si è espansa verso Oriente e offre un modello di democrazia e sviluppo economico attraente per molti paesi già sovietici. E’ chiaro, come mostrano la vicenda Ucraina, ma anche quelle della Moldavia e della Georgia, che questa area è suscettibile di generare tensioni che facilmente salgono fino al livello del conflitto armato.

E’ necessario allora che in questa area si esplorino tutte le possibilità di trovare un equilibrio capace di garantire insieme le aspirazioni democratiche ed economiche dei popoli interessati ma anche una rassicurazione reciproca tra le due grandi forze strategiche in campo.

La vicenda bielorussa potrebbe essere l’occasione per provare quello che finora non è riuscito in Ucraina. L’Europa (insieme agli Stati Uniti, oggi guidati da un leader più saggio) dovrebbe cogliere tutta l’importanza di questa situazione in cui la Russia pur manifestando il suo sostegno per Lukashenko si è finora mostrata abbastanza prudente. Se da un lato l’Europa democratica deve pretendere che le aspirazioni del popolo bielorusso al pluralismo politico e ad elezioni corrette siano rispettate, dall’altro canto deve riconoscere la necessità di dare garanzie alla Russia che non ci sarà un allargamento della Nato in quell’area e anche che eventuali processi di integrazione economico-commerciale con la Bielorussia non saranno a detrimento dell’integrazione di questa con la sfera economica russa. In sostanza questa potrebbe essere l’occasione per proporre alla Russia un nuovo patto di reciproca garanzia e aiutare il nostro grande vicino orientale ad uscire da certe sue ossessioni nazionalistiche e di grande potenza che alla fine giovano assi poco anche al benessere della sua popolazione. E’ questa la strada per rimettere in comunicazione i “due polmoni dell’Europa” come si esprimeva Giovanni Paolo II e come ha cercato di fare Papa Francesco nei suoi incontri con il Patriarca di Mosca.

Se questa strada fosse intrapresa lo dovremmo anche alle coraggiose donne di Minsk.

Maurizio Cotta