L’ancor giovine democrazia, vigente nel Bel Paese è alquanto acerba e impreparata ad affrontare tutti i temi afferenti il diritto costituzionale, fondamentale in un ordinamento repubblicano; in particolare parliamo del diritto di elettorato, attivo e passivo, sancito astrattamente e genericamente dal legislatore costituente un’ottantina di anni fa.
L’art. 51 dispone due principi che teoricamente riconoscono a “tutti i cittadini” tale diritto civile e democratico, senza alcuna limitazione né distinzione, rimandando perciò alla legge ordinaria dello Stato in merito ad eventuali “cause ostative”. Queste sono, invece, previste in altre nazioni evolute sul piano sistemico a partire da quelle anglosassoni attraverso lì adozione di un codice etico o parlamentare.
Il Parlamento italiano, piuttosto miope o volutamente ottuso e lento in certe decisioni, ha trascurato tale aspetto, tutt’altro che secondario, devolvendo esclusivamente alla Commissione parlamentare Antimafia la competenza per fissare i criteri e le cause di ineleggibilità/impresentabilità, soltanto recentemente. Mentre – considerata la “bizzarria” politica e comportamentale del popolo nostrano – sarebbe stato opportuno ed anche legittimo disciplinare ex lege i requisiti necessari e le fattispecie dell’impedimento all’esercizio del diritto.
“Io sono Giorgia” è da considerare un libro autobiografico di medio successo letterario, ma molto utile e valido ai fini del consenso elettorale: si direbbe un’operazione studiata molto efficacemente come marketing preelettorale, grazie a cui la candidata premier è riuscita non solo a “tamponare” le prevedibili critiche dell’opposizione in ordine alla sua “immagine”, ma anche a metter in bella mostra una serie di aspetti “normali” e vincenti, come l‘esser mamma, cristiana o aver fatto la gavetta a via Della scrofa, addirittura vantandosi di esser “under dog” della Garbatella. Così ella superava, brillantemente, il problema etico della consanguineità con un losco individuo (il padre, Francesco da lei ripudiato), pregiudicato con condanna a nove anni di reclusione , emessa per il reato di traffico di stupefacenti. Proprio quel tipo di illecito penale, tanto odiato e detestato da sempre dalla borghesia destrorsa e perbene nostrana!
Quindi, si tratta di un vulnus normativo che merita assolutamente di essere oggetto di attenzione politica, anche dei partiti d’opposizione, nonché di approfondimento e decisione in sede parlamentare al fine di ottenere un sistema democratico più maturo, completo e trasparente. Senza nulla togliere, almeno ad oggi, alla moralità della Presidente pro tempore.
Michele Marino