Quella che sta vivendo Niscemi non è una disgrazia imprevedibile, né una sfortunata combinazione di eventi naturali. È l’ennesima, dolorosa conferma di una fragilità strutturale che attraversa il Mezzogiorno da decenni e che le istituzioni, a tutti i livelli, non sono state capaci di affrontare con serietà. Frane, alluvioni, smottamenti, inondazioni non sono più emergenze straordinarie, ma la conseguenza diretta di un territorio lasciato senza manutenzione, senza pianificazione e senza una strategia di lungo periodo. Continuare a parlare di “maltempo” significa rimuovere le responsabilità politiche e amministrative che hanno prodotto questo stato di cose.

Una questione antica, colpevolmente rimossa

Il dissesto idrogeologico del Sud non è una scoperta recente. I grandi meridionalisti lo avevano individuato con chiarezza già tra Otto e Novecento, denunciando l’abbandono delle aree interne, la distruzione dei versanti montani, il disordine nell’uso del suolo e l’assenza dello Stato. Quelle analisi non erano esercizi accademici, ma avvertimenti politici. Il degrado del territorio veniva indicato come una delle cause profonde del sottosviluppo, dell’emigrazione e della fragilità sociale del Mezzogiorno. Eppure, a distanza di oltre un secolo, quei moniti restano in larga parte inascoltati, mentre i paesi continuano a crollare e le comunità a vivere sotto minaccia.

Settanta anni di regionalismo senza sicurezza del suolo

Con l’istituzione delle Regioni si sarebbe dovuta inaugurare una stagione di governo più vicino ai territori, più efficace e più responsabile. Il bilancio, soprattutto al Sud, è invece deludente. Dopo quasi settant’anni di regionalismo, la messa in sicurezza del territorio è rimasta una promessa mancata. Le cause sono note: incapacità amministrativa, carenza di competenze tecniche, frammentazione delle responsabilità, ritardi cronici, ma anche sprechi, opacità e corruzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Neppure l’occasione offerta dal PNRR è stata colta fino in fondo: in Sicilia, come in altre realtà meridionali, risorse disponibili non si sono tradotte in cantieri, opere e interventi strutturali. Il dissesto avanza, mentre le istituzioni restano immobili.

Quando le istituzioni falliscono, cambiare livello è un dovere

Di fronte a questo fallimento, continuare a difendere assetti e competenze solo per principio equivale a un atto di irresponsabilità. Se Comuni e Regioni non sono in grado di garantire la sicurezza del territorio e dei cittadini, è legittimo che si facciano da parte. Lo Stato, innanzitutto, deve riassumere un ruolo diretto e forte nella difesa del suolo. Ma è soprattutto l’Europa che può e deve diventare il livello decisivo di intervento. Bruxelles dispone di risorse, professionalità, strumenti di controllo e capacità di programmazione che finora sono mancati. Affidare all’Europa — anche attraverso la costruzione di una grande Macroregione europea del Mezzogiorno — poteri reali in materia di dissesto idrogeologico significherebbe introdurre vincoli, tempi certi, controlli rigorosi e una visione strategica. Non sarebbe una rinuncia all’autonomia, ma un atto di realismo politico. Perché la vera emergenza, oggi, non è chi governa il territorio, ma se il territorio stesso, soprattutto quello a rischio, potrà sopravvivere a tanta incompetenza e incuria.

Michele Rutigliano

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