Un anno fa, subito dopo la sua elezione Leone XIV si presentò al mondo come un Pontefice capace di leggere il proprio tempo con uno sguardo lucido. Eletto nel pieno di quella che il suo predecessore Francesco aveva definito “la terza guerra mondiale a pezzi”, il Papa americano apparve al balcone di San Pietro non per amministrare l’esistente, ma per spostare orizzonte e prospettiva.

Ancora una volta, nella scelta del nome, leggemmo una sorta di profezia. Lo stesso del padre della Rerum Novarum, e che, nello spirito della prima enciclica della solidarietà, proponeva una “pace disarmata e disarmante” in grado di mettere in discussione le logiche di potere, di sfruttamento e di violenza che attraversavano la modernità del suo tempo.

La continuità, dunque, con il convincimento dell’idea che la Chiesa non sia mai una semplice spettatrice della storia, ma una realtà – come dice Sant’Agostino – capace di interpretare e di vivere il tempo presente alla luce di una verità che la precede e la supera. Ed anche nel concepire la pace non come equilibrio di poteri ma come “ordine dell’amore” si coglie la continuità con il gesuita Papa Francesco. Una Chiesa forte della sua mitezza disarmata che indica uno stile evangelico, ancorché indecifrabile agli occhi di chi concepisce la storia leggendola attraverso le lenti del potere e che, come ricorda anche Umberto Baldocchi, persino, sacralizza il potere politico o economico (CLICCA QUI).

Una continuità con Francesco che va oltre ciò che spesso interessa ai giornali. Non lo scontro con questo o quel leader politico, non il titolo facile sul conflitto con Trump o con altri potenti di turno, ma la scelta ostinata per restare una voce rivolta al mondo a partire dagli ultimi, dai poveri, dai lavoratori, dalle vittime delle guerre e delle ingiustizie. Uno sguardo, ed una postura evangelica che attraversano i secoli, oltre la polemica del giorno presente.

C’è qualcosa di molto più profondo, dunque, che spiega una continuità per la comunità dei cattolici determinati a vivere il momento storico senza restarne prigioniera, di guardare negli occhi le contraddizioni dell’oggi, ma ricorrendo alla propria memoria, alla forza del significato della propria presenza, non rinunciando mai al potere della speranza.

Il linguaggio della Chiesa, così, permane diverso da quello di chi dimentica della necessità di curare il senso della vita, la dignità della persona, la giustizia sociale e la pace, i veri valori non negoziabili dei cristiani. Ed il linguaggio resta, come quello di Francesco, contagiato dalla realtà concreta degli ultimi.

Da Agostino, al Concilio Vaticano II, a Bergoglio, oggi a Prevost: la Chiesa non è chiamata a vincere, ma a convincere, non a dominare, ma ad  interrogare. A distanziarsi da una lettura debole e limitata propria di è spesso vittima della presbiopia della politica non adeguata all’evoluzione del cammino umano.

Giancarlo Infante

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