Un fattore che concorre – e non da oggi – ad aggravare la condizione di precarietà in cui il Paese si trascina da troppo tempo, è rappresentato anche dalla crisi dei partiti, che hanno perso per strada quella capacità di radicamento nei territori che è stata la loro comune caratteristica nella lunga stagione del dopoguerra e della cosiddetta prima repubblica.

Non solo le grandi forze popolari, ma anche i partiti che non andavano oltre percentuali elettorali ad un sola cifra, aprivano le loro sezioni nelle città e perfino nei centri minori. Erano riconoscibili nelle figure dei loro esponenti locali e spesso a costoro, piuttosto che al simbolo di partito come tale, si rifaceva la considerazione che i cittadini maturavano  nei confronti delle diverse opzioni politiche in campo.

Oggi i partiti si identificano con quella ristretta “compagnia di giro” che, di sera in sera, si esibisce passando da un talk-show all’altro, trasmettendo al comune cittadino l’impressione che la politica sia un che di astruso e, ad un tempo, ripetitivo e  stucchevole, in ogni caso riservata ad attori che professionalmente sono tenuti a calcare la scena, non si sa bene se quali protagonisti in prima persona di un progetto politico o da interpreti, per interposta figura, di una certa generica posizione.

In quegli anni ormai lontani ed irripetibili, il partito – qualunque esso fosse – aveva, anzitutto, le sembianze, i pregi ed i difetti dei suoi amministratori locali, dei sindaci in modo particolare, dei segretari delle sezioni che operavano sul territorio e spesso erano figure storiche, pur nella loro circoscritta dimensione locale.

Mostravano come la politica fosse un insieme di idee e di ideali, di progetti e di passioni; qualcosa che aveva a che vedere con il vissuto quotidiano delle persone che la incarnavano nel bene e nel male, un impegno “esistenziale”, che letteralmente prendeva la vita di chi vi si dedicava, dalle persone più eminenti, a chi partecipava alla battaglia politica con le mansioni più umili, ma con la stessa determinazione di quanti aspiravano alle cariche più prestigiose.

La politica, la cosiddetta, con termine forse esagerato, “ militanza”, concorreva a dare senso compiuto alla vita ed, in ogni caso, in tale senso era ricompresa.

Nei suoi esponenti migliori, trascendeva ogni interesse personale e le ambizioni per lo più  apparivano legittime e doverose, in quanto spesso non andavano fuori misura ed erano da ognuno, in modo naturale, rapportate alla consapevolezza delle proprie effettive capacità.

Certo, non si passeggiava nell’Eden, le lotte erano feroci, spesso era il fuoco amico a ferire, eppure non si coglieva o si coglieva meno quel tanto di nonchalance e  perfino di sottile cinismo che sembra di poter avvertire  oggi, di frequente, in molti esponenti politici, forse addirittura di più nei più giovani.

Se si osservano attentamente quelle brevissime interviste che ogni telegiornale concede a parlamentari più o meno noti, l’eloquio spedito e, ad un tempo, monocorde e rigido, la postura, la mimica facciale per lo più inespressiva ed innaturale trasmettono l’impressione del compitino, vidimato dai superiori competenti, che il malcapitato deve recitare, come la poesiola mandata a memoria nelle prime classi elementari.

Si avverte lontano un miglio che c’è qualcosa di posticcio, di imparaticcio in quel che dicono; parole che, anche quando rispettano grammatica e sintassi e perfino il filo logico del discorso, danno pur sempre l’impressione di essere campate in aria ed esangui, non fondate su una esperienza personale che , di per sé, ne faccia fede.

E poiché non si devono coltivare nostalgie per tempi che hanno fatto il loro tempo, bisogna guardare avanti e cercare di ridare forza, senso e nerbo alla vita dei partiti, anche cogliendo quei brani di esperienze virtuose che si possono riportare all’attenzione dei nostri giorni.

Per quanto ci riguarda abbiamo pensato ad INSIEME come ad una forza politica che si stacchi, anzitutto, dalla palude del ”leaderismo” imperante e adotti, piuttosto, uno spirito di collegialità, finanche nelle cariche apicali, secondo una logica che chiamerei “consolare”.

Un modo di procedere non facile che richiede, anzitutto, grande equilibrio e grande maturità alle persone chiamate ad incarnare un tale ruolo; un percorso inedito, del tutto da costruire e da sperimentare, sapendo come non sia  per nulla scontato, insomma meritevole di essere messo alla prova dei fatti.

Abbiamo assunto come “baricentro” della nostra iniziativa un impegno di “autonomia”, che non significa né separatezza, né indifferenza nei confronti delle altre forze del nostro sistema politico; autonomia di cultura e di elaborazione politica e progettuale, prima ancora che autonomia di schieramento, ma su questo concetto, largamente sottolineato, non è qui ed ora il caso di insistere.

Pensiamo ad un partito competente, fatto di competenti, non necessariamente di tecnici, ma di politici che studiano, si documentano e sappiano valorizzare le conoscenze di cui non dispongono personalmente e richiedono  a chi se ne intende, nella posizione ad esse pertinenti, nella costruzione di un progetto politico. Competenza significa efficacia ed efficienza dell’azione politica. Vuol dire, soprattutto, rispetto per i cittadini.

Infine, anzi soprattutto, dobbiamo pensare decisamente ad un partito di “facce nuove”.

Dev’essere chiaro, in modo limpido e trasparente, come il nostro impegno per la creazione di una nuova forza di ispirazione cristiana, che riscatti la sudditanza ad altre culture che i cattolici hanno sofferto, da quasi trent’anni a questa parte, ora a destra , ora a sinistra, nulla, ma esattamente nulla abbia a che vedere con il riciclo di pezzi di classe dirigente o di  singoli esponenti politici che pur hanno fatto molto onorevolmente la loro parte, in altra stagione della nostra storia.

Occorrono gesti espliciti e chiari, concreti e simbolici ad un tempo.

Fin da due anni fa, da ex-parlamentare, nella fase in cui entrava nel vivo la progressiva costruzione del partito, ho  proposto che tutti i colleghi ed amici che hanno vissuto una esperienza di vita parlamentare, se intendono concorrere all’ impresa di INSIEME, dichiarino espressamente di non proporsi e di non accettare nessuna candidatura a cariche parlamentari.

Non si tratta di “rottamare”, bensì, al contrario, di valorizzare le competenze maturate sul campo da amici che, grazie alla loro esperienza, non hanno più bisogno di un ruolo “istituzionale” per continuare, in altre forme, studiando, scrivendo, formando i più giovani, la loro battaglia politica.

Chi fosse in carica è bene continui nel proprio impegno, dato che il  lavoro parlamentare richiede una certa esperienza per essere più produttivo ed efficace, ma chi ha già servito può dedicarsi, per l’utilità della causa comune, ad altro. Non si tratta, ovviamente, di introdurre norme statutarie o regolamentari, ma di aderire o meno ad una libera e personale determinazione di cui ciascuno si faccia  carico in proprio.

Peraltro, anche per un più corretto sviluppo della vita interna ai partiti, non sarebbe male reintrodurre le norme di ineleggibilità e di incompatibilità che vigevano in altri tempi. Quando un consigliere regionale, un sindaco di città capoluogo, il presidente di una Amministrazione Provinciale, non poteva candidarsi al Parlamento se non dopo essersi dimesso dalla carica, con congruo anticipo. Così come chi deteneva nel partito una carica apicale – ad esempio, nella DC, un segretario provinciale – se accettava una candidatura rilevante, all’atto stesso era tenuto a rassegnare le dimissioni.

Domenico Galbiati