Iniziato con la convocazione delle “primarie” per l’elezione del Segretario del Partito, per continuare con un congresso nazionale che dovrebbe permettere una severa riflessione sulle ragioni della sconfitta elettorale del 25 settembre, il dibattito politico in corso sul PD (più che nel PD), sta concludendo come il cane che si morde la coda. Ritorna inesorabilmente sulle stesse questioni senza affrontarle con un vero “esame di coscienza” (delle responsabilità) sulle diverse ma generali cause di una scelta elettorale che, prevista come una vittoria dei rossi nella contesa con i neri, si è conclusa con una clamorosa sconfitta dei rossi… come se si trattasse di un imprevedibile terremoto.

Mi sono limitato (avendone ormai il tempo) alla veloce lettura degli interventi (numerosissimi) su “Repubblica”, sul “Corriere della Sera” e sulla “Stampa”, e di quelli – anche più coinvolgenti – pubblicati dal “Giorno” e dal “Foglio”, per concludere con l’intervento di Michele Salvati (il primo che ho letto alla vigila del voto storico del 25 settembre) che già prevedeva, in modo intelligente, il fallimento del partito – erede dell’Ulivo – che avrebbe dovuto rappresentare la rinascita della democrazia, dopo il collasso della Repubblica dei partiti. Quella riflessione prevedeva l’insuccesso della Seconda Repubblica, senza però alcuna autocritica sul comportamento del PD e senza suggerimenti sulla via da imboccare per la rigenerazione della sinistra. Tutto era rinviato a un Congresso che avrà comunque mani e piedi legati, quasi una ratifica delle Primarie, in attesa di Godot…Comunque, Salvati fa un ragionamento, suggerisce una strada per incontrare gli elettori.

Cosa aggiunge però Salvati alle sue prime osservazioni? Alcuni suoi compagni di viaggio, riconoscono che quella strategia è fallita, ma concludono che, comunque, la personalizzazione della politica riflette ormai una strada obbligata, un modo di pensare la politica… Dovremo continuare a sbagliare? Semplicemente diventando più cinici, o forse più pronti nel trasformismo?

In realtà Salvati continua a riflettere, cerca di capire dove i democratici hanno sbagliato, ma la conclusione del suo ultimo saggio è così riassunto dall’autore su “Libertà Uguale”: “Se il PD vuole restare il partito egemone del centro-sinistra, esso deve essere capace di coniugare in modo coerente il suo programma di crescita economica, di transizione ambientale e di riduzione delle diseguaglianze, e di dotarli di una narrazione in grado di legare in modo coerente questi tre elementi, dimostrando anche di saper governare ed evitare scorciatoie identitarie”. Il linguaggio resta accademico, ma è suggestivo.

E il presidenzialismo, che la Destra considera la questione decisiva? Forse è una pagina del libro sulle narrazioni. Michele Salvati ci aiuta a capire quale strada imboccare, e riassume ciò che con serena responsabilità narra di sé, e cioè di uno che è stato fondatore del Partito Democratico e prima essendo stato alla direzione di “Quaderni piacentini”, per essere eletto al parlamento come indipendente di sinistra, e poi ancora legato all’Ulivo e al PD. Oggi si considera un liberale di sinistra, un liberale… con antiche ascendenze gobettiane!? Come ogni vero liberaldemocratico ha il senso del limite, che i presidenzialisti non hanno; in quanto nella visione della lotta per il potere, la storia dell’autoritarismo ha come matrice la violenza, e “il potere (ironizzava Voltaire) non è nulla se non ne abusi”.

Tuttavia, queste sono opinioni (forse provocazioni) che dobbiamo immaginare, poiché mentre Giorgia Meloni dice – quasi come sfida – qual è l’obiettivo della sua discesa in campo, e lo corregge in parte dichiarandosi disposta a lasciare la presidenza dei conservatori dell’Europarlamento per allearsi con i popolari europei (conservando però un’idea sovranista dell’Unione europea come Unione di nazioni), i democratici restano quasi tutti silenziosi anche sullo stravolgimento della Costituzione… non si compromettono. Per realismo? I democratici, ancora tormentati dalla tentazione dello scioglimento sono ancora “al cane che si morde la coda”.

Ancora sul presidenzialismo Se si affida la decisione al referendum, cosa possibile, sarebbe la terza volta che il popolo difende la Costituzione dai nemici della Carta del ’48, che sono uniti contro, ma si dividono se si tratta di cambiare: contro la Costituzione era la P2…

Un mio nipote, che vive con i suoi coetanei, dice che alcuni temono di restare in minoranza, poiché molti considerano inevitabile la maggioranza con la Destra. In realtà, se il PD resta senza identità, rischia la dissoluzione: su cosa resterebbe unito? Una battaglia sulla Costituzione, sulla centralità del Parlamento, sulla divisione dei poteri, contro l’autoritarismo darebbe comunque, anche in caso di sconfitta, una forte identità al PD. Scendere “muti nel gorgo”, cosa potrebbe significare, se non la fine di un grappolo di avventure personali?

La politica è rischio, e richiede coraggio!

Guido Bodrato

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione I Popolari del Piemonte (CLICCA QUI)