Di fronte alla pandemia abbiamo visto una generale impreparazione ad affrontare l’evento presentatosi imprevisto. In Italia (non in pari misura altrove) si è subito scatenata la caccia ai responsabili di inadempienze, o presunte tali, in cui si sono impegnati politici, giornalisti, commentatori e intellettuali vari, nonché magistrati. In molta parte dei casi, era evidente l’intento strumentale dettato da fini di bassa politica; in altri, a motivare gli interventi, è stato il protagonismo o il narcisismo di chi intendeva non perdere un’occasione per affermare il proprio potere, o per riempire le pagine dei giornali, o ancora per mettersi alla ribalta nei media.

Dico questo perché ritengo che alla base dell’impreparazione ci siano cause profonde, e che pertanto non abbia molto senso cercare responsabilità personali se non in casi molto limitati in cui ci sia stata una palese e rilevante inadempienza. Il fatto che nel mondo tutti, indipendentemente dalle appartenenze politiche, siano stati colti alla sprovvista, sia pure in diversa misura, dovrebbe pur dire qualche cosa.

È stato detto (non ricordo più da chi) che per governare è necessario saper prevedere. Ma viviamo in un mondo schiacciato sul presente. Si tende a dimenticare il passato nel suo complesso, sia a livello personale, sia collettivo. Si vive giorno per giorno senza attese se non pressoché immediate. Tutto quanto richiede di prendere impegni e comporta rinunce è accantonato.

Non sono solo i politici a vivere nell’aspettativa dell’imminente confronto elettorale e dei relativi sondaggi. Nelle grandi imprese, sovente, si fanno scelte in vista principalmente delle immediate ricadute borsistiche; nel dibattito economico, la crescita del PIL è prioritaria rispetto alla necessità di trovare risposte alle evidenti criticità incombenti (guasti climatici e ambientali, disoccupazione tecnologica e via dicendo); i giovani non fanno figli perché comportano rinunce e il domani non sembra riguardarli.

Tornando al Covid-19 e all’impreparazione che ha messo in evidenza, non dobbiamo meravigliarcene. È stato detto, fino a poco fa, che le malattie infettive erano state sconfitte dagli antibiotici e dalle vaccinazioni: erano considerate malattie del passato, malattie premoderne. Di conseguenza, i relativi reparti ospedalieri sono stati ridimensionati e talora chiusi. Eppure l’epidemia da coronavirus non era imprevedibile. Ricordo che, in mezzo secolo, abbiamo avuto la febbre asiatica, la febbre di Hong Kong, la febbre aviaria, la SARS, l’influenza suina (H1N1) per non parlare di AIDS ed Ebola. Mai in passato, in un similare arco di tempo, sono comparse tante nuove malattie infettive. Dovevamo pertanto attenderci qualche cosa del tipo del Covid-19, e dobbiamo attenderci altre malattie epidemiche sostenute da virus, malattie favorite dalla globalizzazione.

Già perché in materia, c’entra anche la globalizzazione. Sicuramente è responsabile della rapida diffusione dei virus: la continua circolazione delle persone per ragioni di lavoro e di studio, il turismo di massa, i fenomeni migratori hanno un ruolo nell’accelerare la propagazione delle epidemie, ben oltre quanto accadeva un tempo. Ma la globalizzazione non facilita soltanto la diffusione degli agenti infettivi; essa crea e diffonde modi di produzione e di vita favorenti quei “salti di specie” da parte di microrganismi e virus che causano nuove malattie (come quelle sopra citate). Tali, ad esempio, sono l’elevata densità delle moderne aree urbane, la continua distruzione di habitat naturali che spinge gli animali selvatici a inurbarsi venendo sempre più a contatto con gli umani; il riscaldamento climatico che porta alla diffusione in zone temperate di vettori (zanzare e insetti tropicali) di patologie vecchie e nuove.

La capacità di guardare avanti, di prevedere, non manca solo nella sanità. Ben prima del sopraggiungere della pandemia, su questo terreno, la moderna élite globale (politici, esponenti del mondo economico, intellettuali organici alla società neoliberale, addetti all’informazione) aveva già mostrato in varie occasioni tutta la sua disattenzione nei confronti del lato oscuro del progresso e verso le potenziali ricadute negative delle logiche strumentali su cui si fonda la crescita economica.

È del 1972 la pubblicazione, per conto del Club di Roma, diretto da Aurelio Peccei, del rapporto del MIT sui limiti dello sviluppo. Il rapporto aveva evidenziato i problemi che l’umanità già allora si trovava di fronte: deterioramento dell’ambiente, modificazioni climatiche, esaurimento delle risorse, crescita demografica esplosiva, espansione incontrollata delle città, perdita di terreni agricoli, erosione dei suoli, e non solo. Il rapporto affrontava anche problematiche sociali: insicurezza del lavoro, alienazione della gioventù, rifiuto del sistema di valori sociali da parte di un sempre maggior numero di persone.

Certo il rapporto risentiva dei limiti delle potenzialità di calcolo dei mezzi di allora e dei dati disponibili al momento, ma era più che corretto nel delineare le dinamiche dei fenomeni descritti. Non è vero che non avesse tenuto conto del contributo dello sviluppo tecnologico per far fronte criticità denunciate. Ma il documento è caduto nel vuoto. Non ha inciso minimamente sui comportamenti e sui convincimenti della moderna élite al vertice della società in via di globalizzarsi. Anzi molti lo hanno aspramente criticato deridendone le previsioni non verificatesi nei tempi previsti senza entrare nel merito delle questioni. Anche tutti i successivi richiami alle responsabilità verso tali problematiche hanno avuto scarsa adesione nei fatti. Molte lodi all’enciclica Laudato si’, ma l’economia e il modo produttivo ne restano estranei. Sorrisi infastiditi alle denunce di Greta Thumberg, e via dicendo.

Oggi, di fronte agli evidenti guasti prodotti dalle modificazioni climatiche, già previsti dal rapporto MIT, – malgrado molti, in specie nel settore economico-produttivo, restino negazionisti – qualcuno nel mondo politico si è svegliato, comincia a preoccuparsi e propone politiche “verdi”. È un passo avanti. Tuttavia non bisogna accontentarsi degli impegni presi in questo o quel vertice internazionale, in notevole misura insufficienti; occorre fare di più, cominciando a esigere che a detti impegni sia dato seguito quanto prima, senza esitazioni. Purtroppo è giunto il coronavirus, con i danni economici connessi, per allontanare l’attenzione dalle criticità incombenti. La priorità è diventata il rilancio dell’economia. Ma anche il coronavirus è in qualche misura riconducibile alle predette criticità.

Pertanto, sono il modo di produrre e la tipologia dei consumi che vanno cambiati. Non basta confidare su uno sviluppo tecnologico ritenuto capace di trovare comunque soluzioni. Bisogna che ogni scelta di ordine politico ed economico tenga prioritariamente conto delle conseguenze che può avere nei confronti delle problematiche denunciate, e in particolare delle modificazioni climatiche.

Venendo a casa nostra, vedo che, al momento, in tutti i discorsi di politici e tecnici sulla destinazione delle risorse del Recovery Fund, non è presente l’agricoltura, o quanto meno non sono comprese significative misure ad essa espressamente dedicate. Già oggi, riscontriamo i guasti rilevanti causati al settore dalle modificazioni climatiche, guasti destinati a diventare sempre più marcati: lunghi periodi di siccità, carenza di acque irrigue per il progressivo ridursi dei ghiacciai alpini, violenti temporali con bombe d’acqua e trombe d’aria, nuove fitopatologie e infestazioni da insetti provenienti dalle zone tropicali, aumenti di temperatura e/o riduzione della piovosità che rendono non più praticabili importanti coltivazioni: entro pochi decenni, le vigne dovranno migrare in terre più settentrionali o di più elevata altitudine, mentre le coltivazioni di riso e mais sono già oggi a rischio per l’elevato consumo idrico non sostenibile per le più ridotte precipitazioni o la loro anomala distribuzione. Sono pertanto indispensabili forti investimenti nel settore. Per contenere o prevenire i danni delle modificazioni climatiche, bisogna mettere in campo, a partire da oggi, iniziative nella ricerca applicata e nel settore operativo. Ad esempio, progettare bacini artificiali a compensazione della perdita dei ghiacciai, realizzare sistemi di irrigazione a basso consumo idrico, introdurre coltivazioni compatibili con la nuova situazione climatica, studiare sistemi di difesa (frangivento, reti antigrandine, serre ecc.) in grado di resistere ai violenti fenomeni uragano-simili, ecc.

Non mi sembra che ci sia la percezione di ciò che necessita un settore strategico da cui dipende l’approvvigionamento alimentare del Paese, che può essere vitale in situazioni di emergenza. Non me ne meraviglio, visto che non si intende ancora fare nulla (o peggio non se ne comprende neppure la necessità) per bloccare la continua irresponsabile sottrazione di terreni all’agricoltura per dare spazio al cemento.

Temo che abbia ragione Domenico Accorinti quando, in un commento a un articolo, scrive che all’attuazione di un serio programma ambientalista, si contrappone l’impossibilità di orientare il mondo industriale in modo ecologico perché il suo modo di produrre è inevitabilmente una sfida ai ritmi stessi della natura. Infatti, l’ideologia neoliberale afferma che “la storia è fatta di continui interventi tecnologici dell’uomo sul mondo che lo circonda, e non è possibile quindi distinguere ciò che è naturale da ciò che non lo è”. Per essa, non c’è quindi nessuna natura da rispettare di per se stessa, né ci sono quindi limiti alla sua manipolazione.

Grazie al delirio di potenza dell’uomo tecnologico, oggi ci troviamo di fronte a una estinzione di massa di specie animali e vegetali quale mai si è verificata se non in lontane ere geologiche a seguito di eventi catastrofici.

Ricordiamoci che (come ha detto il Pontefice) l’uomo è il custode del Creato, non un padrone che lo considera esclusivamente in rapporto alle proprie necessità.

Giuseppe Ladetto

 

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione dei Popolari del Piemonte ( CLICCA QUI )