Ritorna di attualità il tema dell’autonomia regionale. L’approccio di alcune forze politiche si esprime, ancora una volta, in una proposta di un inopportuno separatismo:  il pensiero leghista, si fa per dire,  non va oltre un modesto orizzonte populista che contrabbanda per pluralista e democratica una visione anticostituzionale sull’unitarietà delle Istituzioni italiane. Non solo, esprime anche un notevole provincialismo culturale  sul piano degli sviluppi in atto nel capitalismo occidentale.

La crescita democratica  dei sistemi locali, e la loro interconnessione, non si ottiene con la creazione di compartimenti stagni di tipo burocratico- amministrativo, come produrrebbe  la “Regione differenziata”, che, in fin dei conti, significa essenzialmente un appesantimento della macchina amministrativa del sistema Paese.

Bisogna andare in altra direzione: la via maestra è ridurre, se non eliminare, l’attività diretta/indiretta  da parte della Regione di gestione di processi amministrativi.

Si propone, a questo proposito, una progettualità programmatica che stia alla base della governabilità di un sistema complesso come è quello dei Comuni di una Regione, con la relativa attuazione di una equilibrata differenziazione tra gli stessi , applicando con ragionevolezza il principio della sussidiarietà.

Occorrono idee per far crescere una viva cultura autonomista. Fondamentale diventa la capacità di progettare soluzioni avanzate tecnologicamente ed efficaci nei vari campi sociali ed economici. Servono idee, e i relativi progetti attuativi, riducendo al minimo gli aspetti amministrativo-burocratici.

Il contesto è “il locale nel globale”, con le opportune interconnessioni di rete; è questo l’indirizzo prospettico da seguire nella programmazione regionale.

Ciò determina l’esaurimento della attuale funzione dell’organizzazione amministrativa e gestionale della Regione articolata per assessorati, che vanno  sostituiti da aree socio-economiche, formate da progetti che danno anche una nuova trasparenza  ad un bilancio regionale ai più di difficile leggibilità, ad esempio nelle risorse effettivamente destinate alla povertà e alle altre aree sociali ed economiche.

La riduzione della povertà, infatti, non è ottenibile con i contributi dell’assessorato alle politiche sociali, sovente modesti . Vanno, invece, coinvolti :i processi di formazione delle risorse da redistribuire, i piani di edilizia popolare pubblica, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assistenza da parte delle  associazioni di volontariato etc. Tutte queste componenti sono essenziali per la lotta alla povertà e formano un’area interconnessa, che deve poter fondarsi su una progettualità omogenea. Questo risultato non è ottenibile con l’attuale suddivisione per assessorati, gelosi delle loro competenze e legati ai ritorni elettorali; assessorati che producono un’amministrazione a compartimenti stagni, insensibile al locale che opera nel globale.

Bisogna pensare, dunque, la Regione come un grande contenitore progettuale, capace di fare progetti . Ad esempio, nel campo dell’innovazione tecnologica si può costruire un networking tra università -centri di ricerca-imprese per creare  know-how da diffondere nel sistema produttivo regionale. Così, si aumenta la ricchezza, indispensabile, tra l’altro, per la lotta alla povertà.

In altri termini,  si può, così, operare per programmare investimenti per la tutela all’ambiente, per la crescita del turismo, per la formazione professionale , per la sicurezza sociale in una logica d’insieme. Si può fare sistema.

Allora, la Regione da onerosa burocrazia si trasforma in un fattore di crescita economica e di giustizia sociale, superando i numerosi limiti che, attualmente, riducono l’efficacia dell’iniziativa regionale.

Roberto Pertile