Proprio mentre pubblichiamo questa nota nessuno sembra ancora essere in grado di valutare pienamente risultati e conseguenze del summit dell’Alaska.
Sin da subito, però, è apparso chiaro che il Radames che torna a casa da trionfatore è Vladimir Putin. Riammesso a pieno titolo da quel consesso internazionale da cui era sembrato escluso all’indomani dell’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio del 2022. Ha raggiunto l’obiettivo di cui parlava Steve Rosenberg della BBC di cui davamo conto ieri (CLICCA QUI). Lo dobbiamo constatare tutti noi, come scrive Domenico Galbiati (CLICCA QUI).
L’uomo è scaltro. E lo ha dimostrato anche in occasione del summit con Trump che non si è svolto a quattr’occhi come aveva invece anticipato il Presidente americano, bensì alla presenza di molti testimoni. Putin, insomma, ha appreso la lezione inflitta ad Ursula von der Leyen in Scozia e si è cautelato evitando, dopo aver considerato i rischi di un incontro in solitaria, di trovasi sulle prime pagine dei giornali del giorno dopo la sola versione trumpiana.
Aria fritta o sostanza? O entrambe? Dopo la maratona delle trattative, continuate, e destinate a continuare, da parte di una pletora di esperti e consiglieri, sapremo se si avvierà un processo in grado di mutare che il clima di guerra che sta avviandosi al quarto anno di durata. Insomma, andremo ben oltre le 24 ore dopo le quali Trump aveva promesso di portare alla pace Vladimir Putin.
Sapremo, in particolare, cosa l’incontro significherà per i tanti dossier che compongono la guerra d’Ucraina. Tutto quel non detto e quello che abbiamo chiamato “altro” e a cui ci riferivamo qualche giorno fa quando definimmo quello in Alaska uno “strano” incontro (CLICCA QUI). E c’è da vedere in particolare cosa significava lo scambio dei territori di cui aveva parlato Trump, ma che per ora resteranno solo campo di guerra senza limiti di manovra per Putin mentre continua ad essere evidente come i limiti restino ben fissati, invece, per Zelensky e per gli europei. ![]()