Tra la seconda metà del Novecento e gli inizi di questo terzo millennio, nel nostro vecchio continente abbiamo assistito a un miracolo. Per la prima volta nella sua storia, l’Europa ha vissuto la sua più lunga stagione di prosperità e pace. Un equilibrio che non è sbucato dal nulla, ma che si è costruito sulla democrazia, sulla cooperazione economica e su un’idea di libertà che ha radici antiche: dalle Polis della Grecia antica al Diritto romano, fino al lascito religioso, politico e culturale del cristianesimo. Federico Chabod ricordava che “Europa” non è solo un’espressione geografica, ma un progetto spirituale e civile che ha attraversato i secoli, capace di adattarsi, rinascere e innovarsi. A custodirlo furono re, condottieri, statisti: da Carlo Magno agli Asburgo, da De Gasperi ai Padri fondatori. Ed è proprio lo statista trentino che comprese per primo che il destino europeo non poteva essere separato dalla sua capacità di difendersi, tanto sul piano dei valori quanto su quello delle istituzioni.
Le nuove minacce e la necessità dell’autonomia strategica
Oggi quella intuizione ritorna con forza. L’ordine multilaterale è in crisi, gli Stati Uniti di Donald Trump guardano al continente come a un alleato subordinato, e Mosca e Pechino non nascondono il fastidio per un’Europa libera e capace di autonomia strategica. Le umiliazioni tariffarie, le pressioni sulla Nato, la messa in discussione delle regole globali mostrano che il vecchio schema di protezione americana non è più garantito. L’Europa deve trarne le conseguenze: la sicurezza non può dipendere dall’umore di Washington, né tantomeno dalle oscillazioni ideologiche della politica americana. Serve una strategia che riconosca la vulnerabilità dei nostri confini, la dipendenza dalle tecnologie extraeuropee e la fragilità delle catene di approvvigionamento.I recenti rapporti Letta e Draghi indicano la via. Senza un completamento del mercato unico, senza competitività tecnologica, senza un bilancio europeo degno di questo nome, non esiste potenza geopolitica. Si aggiunga a tutto questo una constatazione spesso ignorata: un’Europa frammentata è una Europa ricattabile, mentre un’Europa capace di agire parla con una sola voce nei tavoli globali. Il federalismo pragmatico evocato da Draghi è quindi l’unico modo per superare questa impasse: più decisioni a maggioranza, più poteri comuni, una politica industriale capace di innovazione, investimenti e autonomia nelle tecnologie critiche. Non si tratta di ideologia, ma di realismo: o si completa il progetto di integrazione, oppure il continente rimarrà schiacciato tra i giganti del XXI secolo.
La difesa comune e la rinascita del progetto europeo
Ma tutto ciò non basta senza un pilastro decisivo: la difesa comune. L’articolo 42 del Trattato prevede la possibilità di costruire una vera capacità militare europea. È giunto il momento di attivarla, senza timidezze e senza rinvii. Non si tratta di replicare la Nato, ma di dotarsi di un comando unico, di una strategia autonoma e di forze integrate capaci di rispondere alle minacce moderne, dall’ibridazione dei conflitti alle guerre cibernetiche. Una capacità che renda l’Europa un attore, non un semplice spettatore della sicurezza globale.De Gasperi lo chiese nel 1950, quando la guerra fredda si stava appena disegnando.Oggi, con la guerra in Ucraina e la crescente assertività delle autocrazie, quella visione è diventata una necessità storica. La dichiarazione del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa, rilanciata alla Maison Jean Monnet, va esattamente in questa direzione: più risorse proprie, superamento dell’unanimità, rafforzamento del Parlamento, una coalizione pro-Europa che unisca istituzioni, società civile e governi favorevoli all’integrazione. È una chiamata alla responsabilità politica, culturale e morale delle classi dirigenti del nostro continente.Un’Europa indipendente, forte e sovrana non è un sogno federalista: è la condizione per preservare la pace e il benessere conquistati in questi decenni. In un mondo in subbuglio, l’Europa deve tornare a essere ciò che è sempre stata nei suoi momenti migliori: un faro di democrazia, di progresso e soprattutto di libertà.
Michele Rutigliano