“Marciare divisi, colpire uniti”, come suggerisce il sindaco di Udine De Toni, nell’ articolo comparso su queste pagine, ieri l’altro? (CLICCA QUI).

Oggi, ad ogni modo, non si possono non prendere le mosse, se non da un’amara constatazione. Ad ogni consultazione, si allarga inesorabilmente l’area dell’astensione. E se la media nazionale dell’ affluenza alle urne scende al 43%, ci avviciniamo pericolosamente ad un punto di rottura dell’ ordinamento democratico.

Nulla da eccepire sulla legittimità formale; molto in ordine all’effettivo rispetto ed al valore della rappresentanza. Costretta nella camicia di forza del bipolarismo maggioritario, la democrazia è corrosa dal tarlo di un confronto che si esaurisce in un bisticcio furioso.

È preoccupante che nei discorsi di compiacimento dei vincitori che abbiamo ascoltato ieri sera, se non per un accenno di De Caro, nulla trapeli in ordine ad una astensione che supera abbondantemente oltre la metà degli aventi diritto. Si accontentano di rincorrersi e di vincere (?) in discesa.

Ma per tornare a De Toni. La sua è un’ipotesi suggestiva, purché se ne parli premettendo una considerazione di fondo.

In effetti a cosa pensiamo? Ad una sorta di “aggregato elettorale” che nasca in funzione di un concorso “centrista” ad una sinistra in evidente difficoltà, al di là degli scontati successi in Puglia e Campania? In altri termini, adottando la sempiterna filosofia o piuttosto piegandosi al ricatto del “voto utile” come antidoto, necessario ed urgente, all’ egemonia della destra?

In realtà, si vince con un progetto, non con il pallottoliere. Non assecondando aritmeticamente un’ alleanza sghemba come il cosiddetto “campo largo”, sia pure nella versione “aperta” evocata da Matteo Renzi. Si vince con una visione condivisa di lungo periodo e, dunque, con un programma che sappia darne conto. La piena legittimazione della vittoria è confermata e consacrata dall’effettiva attitudine a governare. Secondo un indirizzo organico e chiaro, non mettendoci una pezza, una alla volta, in una condizione di perenne tensione o addirittura di conflitto, ora latente, ora palese, su argomenti di fondo – nientemeno che la politica estera – come succede tra Schlein e Conte.

Si tratta, dunque, di costruire un progetto originale che sia in grado di sostenere una iniziativa politica autonoma. Che coltivi l’ambizione di essere alternativa alla ragnatela bipolare in cui è impigliato il Paese e, pertanto, assuma come suoi interlocutori privilegiati i cittadini da riportare alle urne, piuttosto che il “sistema”, come lo conosciamo oggi.

Come su queste pagine sosteniamo da tempo, abbiamo bisogno di una coalizione popolare e liberal-democratica, cioè di affidare il Paese ad una cultura politica di stampo personalista e comunitario, che sappia ricostruire coesione sociale, solidarietà, reciprocità, sentimento di appartenenza ad un orizzonte di senso che si possa condividere in tanti. Una proposta politica che abbia il coraggio di evocare una speranza, capace di offrire, anche sul piano immediato del consenso elettorale, un’opzione alternativa alle posizioni ossificate di una destra nazionalista o di una sinistra radicale.

Culture vecchie e superate, riverniciate per l’ occasione, ma pur espressioni di un apparato concettuale che non sa andare oltre i confini di un sistema chiuso che, incartato nei suoi mantra ideologici, nulla sa apprendere dalla vita vissuta, dalle esperienze sul campo, dalle nuove, inesauste domande di libertà che anche oggi ci interpellano.
“Autonomia” non significa, beninteso, indifferenza al contesto o arroccamento identitario ed autoreferenziale.
Vuol dire, piuttosto, investire su un’idea-guida, che sappia vedere lontano, in un certo senso, anticipi il domani, abbia, se così si può dire, uno sguardo profetico. Senza piegarlo alla convenienza del momento. E senza almanaccare più di tanto sul consenso atteso. Un progetto che si faccia carico, in questo particolare frangente storico, prima che di un ruolo di potere, di un compito di verità che aiuti l’ Italia e gli italiani a maturare piena consapevolezza di sé.

Domenico Galbiati

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