La guerra a Gaza sembra essersi fermata dopo l’accordo armistiziale del Cairo promosso dagli Stati Uniti. Questo non vuol dire purtroppo che non ci siano più morti in quella disgraziata striscia di terra. E neppure che una pace solida e rispettosa dei diritti delle popolazioni sia stata raggiunta. Tuttavia, la fase più cruenta della vicenda sembra finita.

Perché un risultato simile sembra sfuggire in Ucraina? Credo che raffrontando le due situazioni, che hanno in comune il fatto che il conflitto ha avuto carattere di vita o di morte per le due parti in causa, possano emergere i fattori che spiegano i diversi esiti.

Il caso Gaza:

1. La guerra qui era tra un movimento terroristico (l’aggressore) certo di grande consistenza e che si era impadronito anche di funzioni di governo nella striscia, ma non aveva comunque raggiunto le capacità di un vero e proprio stato e che ha progressivamente perso l’appoggio dei suoi alleati e uno stato (molto forte) come Israele (che ha risposto all’aggressione senza scrupoli per la popolazione civile).

2. Si arriva alla tregua e armistizio quando sul terreno Israele stava ormai chiaramente prevalendo e Hamas, vicino alla sconfitta, aveva bisogno di trovare una via di uscita per le sue forze superstiti.

3. La disponibilità ad un accordo tra le due parti è maturata anche grazie alla capacità di pressione degli Stati Uniti su Israele e di importanti stati arabi su Hamas.

4. Hamas aveva progressivamente perso il sostegno dei suoi alleati (a cominciare dall’Iran) ed era rimasto isolato
lasciando quindi riemergere la possibilità che un diverso soggetto (l’ANP) assuma la rappresentanza politica del popolo palestinese;

5 sembra esserci (seppur con molti dubbi) la disponibilità di una forza internazionale per assicurare il controllo dell’armistizio e gestire la transizione verso un assetto di pace (anche questo ancora molto dubbio).

Il caso ucraino:

1. Qui il conflitto è tra due stati, la Russia (l’aggressore) e l’Ucraina, entrambi con un sostegno popolare molto significativo (che emerge però in un contesto democratico per l’Ucraina, in un contesto non democratico in Russia) e più capaci con l’appoggio dei rispettivi alleati di continuare il conflitto.

2. Nonostante le affermazioni della propaganda russa non c’è al momento una parte vincente. L’offensiva di Mosca riesce lentamente a guadagnare qualche nuova porzione di terreno e villaggi rasi al suolo ma non a ottenere un successo strategico decisivo nonostante l’enorme sforzo bellico e le grandi perdite umane (ne è un simbolo la battaglia per la cittadina di Pokrovsk nella regione del Donetsk che i russi hanno lanciato da un anno senza raggiungere il pieno successo).

3. Gli obiettivi delle due parti restano fortemente divergenti: mentre il paese aggredito sembra aver accettato l’idea di un cessate il fuoco e poi un armistizio sulla linea del fuoco attuale (in cambio di garanzie contro una ripresa dell’aggressione e del non riconoscimento giuridico delle occupazioni russe), la Russia persegue tuttora, come viene regolarmente ripetuto da Putin e dal ministro degli esteri Lavrov un obiettivo di vittoria che va ben oltre la situazione attuale sul campo ed è proiettato verso un vero e proprio assoggettamento dello stato ucraino.

Questo obiettivo è strettamente legato alle esigenze di sopravvivenza di un leader come Putin che all’inizio della guerra aveva scommesso sulla sconfitta dell’Ucraina come una mossa essenziale della sua rivendicazione imperiale, pilastro fondamentale della legittimazione non democratica del suo potere.

Un armistizio nelle condizioni attuali, dopo una guerra costosissima sia sul piano delle vittime umane che dell’economia del paese e che avrebbe raggiunto solo in minima parte gli obiettivi proclamati all’inizio, si  configurerebbe come una sconfitta non tanto della Russia ma del suo leader. La leadership russa punta quindi su una
vittoria da ottenersi contando sul fattore tempo più che sulla superiorità militare grazie. La stanchezza degli alleati europei e americani (?) dell’Ucraina (e della sua popolazione) è dunque l’arma sulla quale ripone le sue speranze il Cremlino.

4. Manca finora un soggetto capace di ottenere un accordo armistiziale positivo (che significherebbe fermare l’aggressione russa e garantire la sicurezza ucraina). Il soggetto che avrebbe le maggiori risorse per conseguire questo fine, cioè ancora una volta gli Stati Uniti, prima con l’azione debole ed esitante di Biden e poi con quella imprevedibile e schizofrenica di Trump (spesso influenzata da interessi economici collaterali) ha lasciato a Putin la
speranza di vincere la guerra o di raggiungere un accordo molto sfavorevole per l’Ucraina.

5. Diventa in questo contesto cruciale la capacità dell’Europa di riportare gli Stati Uniti di Trump a una posizione di fermezza nei confronti di Putin, assumendosi se necessario anche in pieno le responsabilità finanziarie e militari del sostegno all’Ucraina. E’ questo in gioco nei prossimi decisivi mesi.

Maurizio Cotta

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