Il Direttore generale dell’Inps Vincenzo Caridi in una recente intervista (Corriere della Sera 11 dicembre) descrive puntualmente le criticità dei sistemi di controllo preventivi per accertare la congruità dei requisiti dei richiedenti che hanno inoltrato le domande per ottenere il Reddito di cittadinanza.

Il Direttore conferma che nei primi tre anni di gestazione del provvedimento l’Istituto, al netto delle informazioni in suo possesso relative alle pensioni e ai sussidi al reddito, era sostanzialmente impossibilitato a fare questi controlli per l’assenza di informazioni adeguate (le banche dati incrociate tra le diverse amministrazioni competenti per l’accertamento dei requisiti di reddito, di patrimonio, di residenza e di convivenza dei nuclei familiari) per via del ritardo della definizione delle convenzioni con le singole amministrazioni competenti.

Una condizione che continua a permanere per la parte relativa al patrimonio immobiliare. Chiarisce che l’Istituto è stato costretto a erogare i sussidi del Rdc, anche in assenza degli strumenti necessari, per rispettare le scadenze di attuazione imposte dal legislatore, sulla base delle autocertificazioni dei requisiti Isee rilasciate dai richiedenti, riservando ai controlli ex post il compito di accertare la congruità di quanto dichiarato.

L’intervista del Direttore, in modo sobrio e senza indulgere in polemiche, conferma nella sostanza le critiche avanzate da molti osservatori: l’erogazione di circa 25 miliardi di euro a oltre 5 milioni di beneficiari che si sono autodichiarati poveri in assenza di controlli adeguati e per l’esplicita volontà del Governo Conte-1 di capitalizzare il risultato in vista della scadenza delle elezioni per il Parlamento europeo.

Da altre fonti abbiamo appreso: che i pareri della Autorità per la privacy per l’utilizzo delle informazioni sono stati rilasciati solo alla fine del 2021; che la sottoscrizione delle convenzioni tra amministrazioni per la trasmissione delle informazioni costituisce la premessa per il loro utilizzo ma non la concreta possibilità di utilizzarle per lo scopo specifico, dato che queste informazioni differiscono per temporalità e qualità dalle esigenze di accertamento per lo scopo specifico; che una parte significativa di queste, ad esempio il catasto e le erogazioni per i fini assistenziali rilasciate da altre amministrazioni per finalità analoghe che hanno un peso non marginale per la stima dei redditi e dei patrimoni, non sono tuttora disponibili.

Basterebbe solo questo per spiegare la distanza che esiste tra le indagini sui numeri e sulle caratteristiche delle persone povere che emergono dalle indagini dell’Istat, utilizzate per motivare l’introduzione del Rdc, e i risultati ottenuti dell’erogazione dei sussidi da parte dell’Inps. Al punto di registrare fenomeni, come il numero dei beneficiari del Rdc nel Mezzogiorno che risulta superiore al numero delle persone povere stimate dall’Istat (mentre nelle regioni del Nord la copertura risulta inferiore al 40%), che mettono in evidenza anche le conseguenze ambientali dell’assenza dei controlli inadeguati.

Lo strumento adottato in Italia per contrastare i livelli di povertà assoluta, già criticabile per i criteri di selezione dei beneficiari e del calcolo degli importi dei sussidi che penalizzano le famiglie più numerose, risulta azzoppato a monte per via dell’entità del lavoro sommerso e del numero abnorme di contribuenti, circa 21 milioni, che dichiarano redditi inferiori alla no tax area (dati dell’Agenzia delle Entrate elaborati da Itinerari Previdenziali (CLICCA QUI) , dalla debolezza dei controlli preventivi, dalla sostanziale impossibilità di mobilitare indagini onerose per controllare a posteriori milioni di beneficiari del Rdc. Ma un’idea riguardo il volume delle potenziali devianze viene offerta dalle indagini campione sull’incongruità delle dichiarazioni Isee, quasi il 70% di quelle analizzate, effettuata dalla Guardia di Finanza per conto delle Amministrazioni pubbliche.

La riduzione del numero delle persone povere rimane uno degli indicatori primari per valutare l’efficacia delle politiche economiche e sociali. Ma proprio per questa ragione le buone politiche devono essere appezzate sulla base dei risultati ottenuti. Negli ultimi 15 anni sono stati spesi oltre 300 miliardi di euro di risorse aggiuntive nel capitolo dedicato all’assistenza per la finalità di prevenire la povertà e di ridurre il numero delle persone povere. Che nel frattempo si è letteralmente triplicato fino a raggiungere i 5,6 milioni.

Sono dati ufficiali che, stranamente, vengono ignorati nelle numerose analisi che circolano sull’aumento della povertà e delle disuguaglianze che vengono finalizzate per giustificare un ulteriore incremento delle risorse per alimentare le politiche fallimentari promosse in questi anni.

In questo senso, la credibilità degli avvocati dei poveri che si propongono di mobilitare i beneficiari del Rdc per boicottare qualsiasi proposito di riforma dell’istituto è pari a zero. Serviva una scossa e in qualche modo la nuova Legge di bilancio ha il merito di averla provocata.

Natale Forlani

 

Pubblicato su Il Sussidiario (CLICCA QUI)