L’intervento di Lorenzo Dini ( CLICCA QUI  ) su come destra e sinistra costringano ad una scelta solo attorno a dei semplici “nominalismi” fa riflettere su una delle cause che stanno al fondo della progressiva perdita della tensione dell’impegno politico, dell’astensionismo e, persino, del complessivo impoverimento del Paese.

Quando la politica diventa tatticismo e retorica, tendenza all’occupazione di spazi sulla base dei sondaggi elettorali o mera verbale collocazione astratta, piuttosto che assumere compiti di indirizzo, è inevitabile che le conseguenze possano essere persino catastrofiche.

Il dibattito tra destra, centro e sinistra continua. Non finirà mai. Giacché fa parte di una naturale tendenza, insita in noi singolarmente presi e, a maggior ragione, nel dilatarci in gruppi o partiti, a semplificare gli schemi mentali e pratici con cui si affrontano le complesse vicende pubbliche.

Destra e sinistra è ovvio che esistono. Riconosciamo che, prima di costituire espressioni di un pensiero politico, sono stati d’animo, atteggiamenti e antitetiche lettura delle cose del mondo. L’uomo è sempre messo di fronte alla scelta tra il conservare e il progredire.

Come ci ha confermato Dini, non è affatto detto che questi due modi di pensare, generalmente tanto antitetici, siano poi traslati coerentemente in quel campo, qual è quello della politica, che significa il fare oltre che il dire. L’esperienza ci dice che destra o sinistra raramente sono in grado di confermare a livello programmatico, e nel momento in cui tocca loro svolgere il ruolo di maggioranza, il dispiegare coerente delle proprie affermazioni di principio nell’arte di governo e nel legiferare. Soprattutto quando, dopo aver estremizzato le proprie posizioni sono costrette a rivederle, se non a contraddirle, a seguito del confronto con la dura realtà delle cose.

Il motivo non è solo quello per cui solitamente si è portati a pensare che preminenti siano ragioni di opportunismo, di potere o la necessità di salvaguardare gli spazi assicurati ai propri uomini e alle proprie strutture organizzate. Evidentemente, c’è tutto questo. Ben più rilevante è il fatto che, in realtà, è in discussione da tempo la qualità generale della classe politica e l’adeguatezza nel riuscire a penetrare la complessità dei fenomeni e delle questioni di ogni genere in cui s’imbattono donne e uomini impegnati nelle istituzioni o nei partiti.

Le vicende degli esseri umani non sono lineari. Talora appaiono persino ingovernabili. In particolare, in un Paese come il nostro dove lo stato di emergenza è duraturo e i ceti dirigenti perdono spesso la capacità d’indirizzo. Così, il governare diventa passiva ancella e supina tributaria delle dinamiche sociali, persino del linguaggio corrente, e, soprattutto, rinuncia a svolgere un’indispensabile mediazione tra la forze originate da interessi parziali da condurre, invece, verso una sintesi efficace.

La Storia ci racconta di cadute d’imperi e di stati avvenute a seguito dello smarrimento da parte delle classi dirigenti di una visione prospettica, della perdita di tensione etica e del limitarsi alla gestione dell’esistente fortemente condizionata dalla conservazione di equilibri superati nel corpo sociale, nel dinamismo economico e internazionale.

L’Italia è da un pezzo in questa fase d’involuzione e di ripiegamento su se stessa. Così, trionfa il nominalismo di cui c’ha detto Lorenzo Dini e si va avanti a colpi di stentoree dichiarazioni, utili a coprire le decisioni comunque in essere, la distribuzione delle risorse, ma senza che ciò avvenga secondo una responsabile delineazione di un organico piano di sviluppo e il conseguente farsi carico delle complessive esigenze nazionali.

Enrico Seta ( CLICCA QUI ) aveva in precedenza raffigurato una sinistra italiana rimasta solamente con la preoccupazione di difendere il proprio sistema di corporazioni e con l’insistere sulla questione dei “diritti”. Questi, interessano ovviamente tutti noi sul piano generale. In effetti, si tratta di questione irrisolta. In quanto resta ancora insoluto ciò che riguarda i rapporti tra la Persona e lo Stato. Il cittadino è ancora trattato come suddito, piuttosto che come soggetto naturalmente portatore di propri specifici diritti e si è lontani dal porlo, dunque, su di un piano di parità e non di subalternità. Trascurando del tutto questo aspetto, così come testimoniato per tabula dai provvedimenti adottati  anche nel corso della sua lunga stagione di governo, il centrosinistra, dai Dico in poi, è sembrato quasi esclusivamente porre attenzione a diritti parziali finendo per confluire, come dice Seta, in quel “politicamente corretto” che resta un surrogato dell’ideologia dominante, certamente ispirata più all’individualismo d’impronta liberista, piuttosto che al solidarismo.

Dall’altro lato, esiste un polo “di destra” che, mi abbevero nuovamente a Seta, “ cerca di interpretare il malcontento determinato dalla prolungata crisi economica dell’intera area euro (e particolarmente accentuata in Italia), e della crisi migratoria (inaspritasi dal 2015). Questo comun denominatore – di tipo semplicemente negativo – non è certo sufficiente a delineare alcuna strategia, ma si rivela invece sufficiente ad alimentare campagne semplificatorie che hanno l’effetto di involgarire ulteriormente il clima, già degradato, del nostro dibattito pubblico”.

Questa è una delle responsabilità di Matteo Salvini: il semplificare questioni molto complesse. Eppure, egli deve pur dire a 60 milioni d’italiani come intende affrontarle nel quadro di ben definite collocazioni internazionali e sulla base di politiche economico finanziarie sostenibili e realistiche.

Ripeto ancora una volta che, purtroppo, manca oggi una voce di centrodestra più responsabile, determinata a indicare soluzioni coerenti con il quadro europeo e gli attuali equilibri geopolitici fortemente condizionati dal controllo delle materie prime, dallo sviluppo tecnologico e digitale, oltre che dalle conseguentiinevitabili trasformazioni economiche emergenti con l’introduzione di nuovi sistemi di produzione e l’evoluzione in materia di scambi di merci, delle persone e delle idee.

A chi continua a chiederci se ci collochiamo con il centrodestra o il centrosinistra rispondiamo che è un problema mal posto e che, in ogni caso, ribadiamo una posizione di piena autonomia. Anche perché il quadro politico non consente più d’indugiare nell’antica scelta Berlusconi – Pd. Vi è una realtà multipolare determinata dall’irruzione sulla scena del “salvinismo” e del “grillismo”. A maggior ragione, con l’arrivo di una nuova legge elettorale proporzionale saranno posti quesiti del tutto inediti rispetto a quelli attuali e anche noi saremo chiamati a una decisione che scaturisce dal confronto sui problemi concreti, piuttosto che da quelli posti dalla scelta di una collocazione puramente geometrica nello scacchiere politico. E’ probabile, perciò, che potremmo essere chiamati a rappresentare una specificità e un’originalità per certi versi paragonabili a quelle espresse dal Partito popolare sturziano emerso al di fuori e nonostante la logica della contrapposizione tra il blocco liberale e clericomoderato, da un parte, e quello delle sinistre social comuniste, dall’altro.

Le specificità e l’originalità cui facciamo riferimento devono essere avvertite per il voler noi porre sul tavolo la questione della trasformazione del Paese.

Cosa che richiama ben altro che la semplice decisione di schierarsi in un campo o in quello opposto. A maggior ragione, in considerazione del fatto che se con Salvini ci troviamo al di fuori di ogni logica politica razionale, con il Pd si è coinvolti in una spirale di autoreferenzialità di potere e d’indifferenza rispetto alle questioni antropologiche. Cose con cui hanno fatto i conti i tanti amici che dal Pd si sono nel frattempo allontanati e quanti vi restano dentro, o in prossimità, in perenne attesa di ciò che non può arrivare.

Europa, istituzioni e autonomie amministrative, rispetto e tutela del cittadino e della famiglia, innovazione e infrastrutture, scuola e formazione, diritti della Persona concepita anche nella sua dimensione spirituale, e non solo di quella dell’individuo consumatore, questi i punti attorno cui riteniamo importante rappresentare una presenza. Solo così sarà possibile dare senso ad un impegno che non si riduca a nominalismo.

Giancarlo Infante

 

Immagine utilizzata: Pixabay